
Greg Dulli sa benissimo che gli anni novanta non torneranno più e da persona intelligente quale è ha inquadrato bene il percorso 2.0 dei suoi The Afghan Whigs. L’irruenza degli esordi è ormai è un pallido ricordo e se proprio ci si vuole affidare alla decade di “Congregation” è meglio andare a parare sul non compreso appieno “1965” che in “Soft Control” sembra ritrovare luce in composizioni come l’ipnotica “Jungle Roux”, l’ottima “House Of I” che ha un’apertura improvvisa al suo interno da lasciare a bocca aperta e soprattutto nella semi-acustica “My Lover”, singolo perfetto grazie a delle melodie alla Beatles che non avrebbe sfigurato nel borsino dei successi di Dulli e compagnia cantante. Fatta questa precisazione, ci preme anche dire che il resto del disco si colloca su tematiche sonore molto vicine all’altra creatura del leader maximo, ovvero i Twilight Singers che nel nuovo secolo piazzarono dischi di ampio valore. Sono soprattutto quelle ballate crepuscolari al sapore di miele e un pizzico di sale a recitare il ruolo da protagonista. Il soul, amore mai sopito di Dulli, c’è e la profondità delle sue liriche, da uomo vissuto, non mancano e allora ecco che tracce come “Duvateen”, accompagnata dal pianoforte, la ballad a tinte fosche “The Deepest Part Of The Darkest Shadow”, “Loose Talk” o la conclusiva “A Simulation” ci consegnano un affresco in biancoenero di un artista che ha inquadrato da anni il proprio status di personaggio solitario e maledetto. Un poeta suburbano dei nostri tempi, con un cuore buono e con un’ispirazione che, finalmente, è ritornata quella dei giorni d’oro. Non pensate di trovarvi dinnanzi ad un nuovo “Gentleman” (quello è impossibile), ma semplicemente ad un lavoro bello e pieno di spunti interessanti che riconciliano con la musica di qualità.

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