
Un fine settimana andato male o semplicemente come tutti gli altri. Così la cantautrice di Pasadena si riaffaccia sul mercato a sei anni di distanza dal fortunato ‘Punisher’. Non un semplice successore ma un lavoro che sembra voler mettere in discussione proprio ciò che l’ha resa celebre. Al suo interno troverete lutti, separazioni, nuove relazioni ed il riflesso di un’esposizione mediatica enorme. Soprattutto una maturità compositiva disarmante rispetto a tante colleghe del panorama indie moderno. L’apertura affidata a ‘The Outside’ chiarisce immediatamente le intenzioni. La voce filtrata dal vocoder, quasi aliena, introduce un universo nel quale il folk incontra elettronica, ambient e inquietudini quasi psichedeliche. Il dolore per la morte del padre non viene utilizzato come semplice confessione autobiografica, ma diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla memoria, sulla perdita e sulla necessità di accettare ciò che non può essere cambiato. In segutito ‘Lost Weekend’ procede per contrasti. Ci sono le chitarre delicate e le melodie sospese che conosciamo, ma anche rumori, sintetizzatori, voci manipolate, aperture pop e improvvise deviazioni strutturali. ‘Lost Boys’ possiede una luminosità quasi liberatoria mentre ‘Other Plans’ riporta indietro nel tempo alle atmosfere di ‘Punisher’. La Bridgers non sembra interessata a trasformare la propria vulnerabilità in un prodotto immediatamente riconoscibile. Nella scena attuale il dolore, l'intimità, le relazioni sentimentali e l'autoanalisi sono diventati spesso linguaggi quasi codificati: confessione, chitarra, ritornello memorabile, estetica malinconica. Bridgers ha contribuito a creare questo standard, ma è abbastanza intelligente da non rimanerne prigioniera. È abile a scrivere frasi capaci di essere contemporaneamente divertenti, crudeli e devastanti; accosta quotidianità e morte, romanticismo e sarcasmo, tenerezza e cinismo senza preoccuparsi di rendere il racconto più adatto ai social che imperano tra le fasce più giovani. Si conferma come una delle voci più importanti della sua generazione proprio perché dimostra di non aver bisogno di urlare per farsi ascoltare. La sua forza sta ancora nel sussurro, ma oggi quel sussurro arriva da un luogo molto più complesso. E soprattutto da un'artista che ha finalmente capito che crescere non significa smettere di essere vulnerabili, significa imparare a convivere con ciò che ci ha spezzato.

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