
Sinceramente non ho mai capito il successo dei Weezer. L’aver azzeccato tanti anni fa un grande singolo come “Buddy Holly”, accompagnato da un video ad effetto, è stato per loro il lasciapassare verso il successo. Un successo che è una specie di rendita perpetua che ha conformato il loro sound alternative, prettamente tipico di un certo rock da college, in una sorta di patina d’oro, sebbene ci siano stati colleghi nel passato come, ad esempio, i Far che, riproponendo la loro stessa proposta ma maggiorata di una classe cristallina, siano stati praticamente ignorati dal grande pubblico. Ma tant’è, il problema sarà sicuramente di chi scrive questa recensione e non dei fan sparsi per il mondo che adorano ogni cosa suonata dal gruppo capitanato dall’oriundo Rivers Cuomo. Il “Golden Album” è il classico lavoro che non si discosta da ciò che già si conosce della formazione americana. Rock distorto il giusto, melodie da “acchiappo”, cantato sempre al limite e canzoni che si riescono ad immagazzinare in pochissimo tempo. La polpa del discorso, tutto sommato, è rimasta invariata. Certo, se si dicesse che brani come “Shine Again” e “Nowhere” siano da buttare, si farebbe torto alle composizioni in sé, visto che hanno tutti i crismi del perfetto singolo. Idem si può raccontare nei confronti delle varie “Say Yes”, “We Might As Well Be Strangers” (con Wednesday come ospite) “Don’t Make It Weird”, tutti inni da radio college che chissà se potranno attirare le nuove generazioni, intrise di devozione verso il rap. Probabilmente, per chi ha studiato nelle università americane negli anni novanta, i Weezer si identificano come la giusta panacea alla nostalgia dei tempi andati, anche se sinceramente il loro successo non l’ho mai capito. Di sicuro sarà un problema mio. Ad ogni modo è lo stesso discorso che molti detrattori dei Foo Fighters fanno alla creatura di Dave Grohl, ovvero l’essere entrati in un mood ripetitivo e stantio che, però, funziona. Ed allora, se questo è, W i Weezer e tutti i filistei.


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