
Quando la tradizione si unisce ad una produzione moderna, ma mai invadente, ecco che viene fuori un disco con i controfiocchi. Ormai si può tranquillamente affermare che i Tygers Of Pan Tang stiano vivendo una sorta di seconda o, anche meglio, terza giovinezza soprattutto da quando è entrato nella line-up il cantante italiano Jacopo Meille che si è rivelato davvero il punto di forza in più di questi veterani del metallo pesante. Tra l’altro, a proposito di cambio di formazione, va anche detto dell’avvicendamento che c’è stato tra il vecchio chitarrista Francesco Marras, sostituito in corso, dall’ottimo John Foottit. In tutto questo il songwriting si è cristallizzato su un livello altissimo, grazie ad una serie di brani davvero perfetti, in quanto uniscono la durezza che è tipica dei signori in questione con un gusto per la melodia tipico delle formazioni del periodo seventies. In questa maniera sono venute fuori delle perle come la titletrack e “Rise Up”, che macinano riff come se non ci fosse un domani, intervallati da squarci melodici che non fanno prigionieri. Il tono del disco è molto greve e buio e sono proprio le melodie a creare quei contrasti epici che portano a scoprire particolari sempre nuovi e, allo stesso tempo, legati a quella grande tradizione dei miti del passato. Non c’è mai un momento di stasi, visto che pezzi come “A Shadow On Fire” e “Forevermore” ti percuotono come la materia impone. Con “The Nail” i ritmi cadenzati, pregni di riferimenti ai Black Sabbath, vengono fuori in tutto il loro incedere, mentre “Dark Skies” si rivela una bomba, perché densa di classe e di aperture in sede di ritornello di primissima scelta. In più la voce di Meille è di quelle che ti lasciano sempre senza fiato, perché a questo signore gli puoi dare anche il calendario da cantare che lui te lo renderebbe orecchiabile al primo impatto. Dunque, ricapitolando, ci troviamo dinnanzi ad un lavoro superbo che ti riconcilia con la musica di classe e qualità. Non è un discorso da boomer, ma semplicemente la cruda realtà!


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