
Il settimo lavoro in studio degli inglesi si muove in bilico tra i Black Sabbath e i Ghost, tra riff grezzi e ritornelli catchy, con un’estetica dichiaratamente horror che fa sì che ‘Shapes Of Midnight’ potrebbe essere senza problemi la colonna sonora di un film su Jack Lo Squartatore o Dracula. Storie di sangue che schizza insomma. Le registrazioni si sono svolte ai mitici Abbey Studios su nastro analogico utilizzando una console degli anni sessanta e antichi microfoni Neumann. Tutto questo per infondere a ‘Shapes Of Midnight’ suoni caldi, organici e autenticamente vintage, evitando come la peste quella lucidatura digitale che rende le uscite di oggi tutte uguali tra loro. Gli Uncle Acid And The Deadbeats, reduci dal bellissimo ‘Nell’Ora Blu’, del resto, non hanno mai avuto particolare interesse per la modernità. Kevin Starrs e soci sembrano vivere in una dimensione parallela nella quale il 1972 non è mai finito, i pantaloni a zampa sono ancora una scelta perfettamente rispettabile e Satana probabilmente ascolta i dischi su vinile. ‘Shapes Of Midnight’ conferma questa filosofia, ma lo fa senza limitarsi a replicare il passato. Il cuore del disco resta infatti quel doom psichedelico e sulfureo che ha reso riconoscibile la band, ma intorno ai riff si muove una maggiore attenzione per la melodia. Gli autori di ‘Paranoid’ e ‘Sabbath Bloody Sabbath’ sono ovviamente lì, seduti in prima fila, ma talvolta fanno capolino anche i Beatles, soprattutto quando gli Uncle Acid decidono di concedersi passaggi più immediati e aperture quasi pop. C’è poi qualcosa di maledettamente umano dietro questa ostinazione nel raccontare assassini, occultismo, mostri e sangue. Gli Uncle Acid And The Deadbeats costruiscono un immaginario oscuro, ma lo fanno con una sensibilità melodica che impedisce alle canzoni di precipitare nella caricatura. ‘Shapes Of Midnight’ funziona soprattutto quando rallenta, quando lascia respirare le chitarre e trasforma il buio in atmosfera. I sei minuti e mezzo di ‘House By The Grave’ inaugurano un concept ispirato all’opera di Edgar Allan Poe (La maschera della morte rossa) ed agli incubi fin troppo reali dell’era moderna. La title track e ‘Don’t Let It Control You’ sono gli apici di una scaletta in grado di infiammare gli appassionati di doom e psichedelia, così come di attrarre i meno esperti di rock che magari penseranno di essersi imbattuti in un disco dei loro genitori.


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