
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel sapere che, anche nel 2026, i The Dogs continuano a essere esattamente un gruppo che non ha alcuna intenzione di comportarsi bene. ‘Trauma Junkie’ è il loro tredicesimo album e, ancora una volta, i norvegesi prendono garage rock, punk, soul, rock’n’roll e una buona dose di disagio esistenziale, li infilano nello stesso frullatore e premono il pulsante senza preoccuparsi troppo del risultato. L’apertura di ‘Back To Fucking’ (un titolo molto Turbonegro..) mette subito le cose in chiaro: chitarre sporche, batteria nervosa, voce che sembra arrivare direttamente dal fondo di una serata finita molto male e quella sensazione di caos controllato che rappresenta da anni il marchio di fabbrica della band. ‘Close Is Just Another Word For Nothing’ e ‘Fuck’em’ proseguono nella medesima direzione, trasformando rabbia e frustrazione in poco più di due minuti di punk-rock ruvido e ad alta gradazione alcolica. Ma fermarsi alla componente più aggressiva sarebbe un errore, perché ‘Trauma Junkie’ è soprattutto un disco di contrasti. ‘Politics Find You’ e ‘Reality Is a Failure’ spostano ulteriormente il baricentro verso un rock più atmosferico e riflessivo, con la seconda che costruisce un andamento ipnotico attorno a un ritornello sorprendentemente arioso. La voce di Kristopher Schau è ovviamente uno degli elementi decisivi. Non è bella nel senso tradizionale del termine e probabilmente non vuole nemmeno esserlo. Ringhia, urla, parla, accarezza e improvvisamente torna a mordere. È una voce perfetta per raccontare personaggi sconfitti, relazioni compromesse e quella particolare forma di umanità che sembra abitare stabilmente nei testi dei The Dogs. ‘Do You Miss Me At All’ aggiunge una dose inattesa di romanticismo distorto, mentre ‘Come On’ e ‘Becoming God Of Nothing’ non faranno fatica a diventare dei classici dal vivo. Dieci pezzi, nessuna concessione alla perfezione formale e una produzione che lascia respirare strumenti e sporcizia. ‘Trauma Junkie’ non cerca di sembrare più elegante di quello che è. Non è certo un disco accomodante. È un altro capitolo di una storia costruita sull’ironia nera e sulla capacità di trasformare il disagio in canzoni che, alla fine, viene voglia di riascoltare.


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