
L’esordio degli aretini lascia il segno fin dalla copertina che gioca con la prospettiva e la diffrazione dell’immagine. Immediatamente veniamo travolti da sonorità sixties, atmosfere bucoliche, folk diretto e in grado di emozionare e un tocco baroque pop che rimanda alla mente gli Arcade Fire così come The Head And The Heart e Edward Sharpe And The Magnetic Zeros. La coralità della proposta dei Flame Parade è sicuramente ispirata a quella dei più famosi canadesi ma la personalità dei musicisti in questione è rara da trovare in circolazione, soprattutto nel nostro paese. Dopo numerose esibizioni dal vivo, un quarantacinque giri e alcuni video, ‘A New Home’ rappresenta il compimento di un percorso stilistico che ha visto i ragazzi affidarsi alle cure di Alberto Mariotti. La mente dei King Of The Opera si è occupato della produzione artistica, supportando la scelta di registrare in uno studio itinerante e catturare buona parte dei pezzi in presa diretta. Una “nuova casa” per tante idee e melodie vincenti che mettono in luce il talento unico di Marco Zampoli, voce “nera” e chitarra, e Letizia Bonchi, violino e tastiere, oltre ad una sezione ritmica che non suona mai scontata. Il primo pregio dell’album è proprio quello di attrarre sfruttando l’arma della sensualità, far “danzare” la mente e coltivare sogni che pensavamo svaniti, con una ruralità espressiva ricca di elementi vintage, arpeggi deliziosi, percussioni ridondanti e ritornelli che si fissano facilmente alla materia cerebrale. ‘As Above, So Below’ è un’esplosione di colori e sensazione floreali, ‘Foxes’ Funeral’ e ‘Floating Days’ si distinguono come i passaggi più esterofili e ‘Surrender’ e ‘Berlin’ si rivelano gli apici di un songwriting che arriva dritto al cuore senza falsi giri di parole. ‘As Above So Below’ possiede un’incedere alla Velvet Underground, ‘Seahorse’ è figlia di numerosi ascolti di Neil Young e ‘Naivety’ un’apertura al panorama islandese, in apparenza più glaciale ma capace di sorprendere oltremodo. La ricerca di intimità, l’introspezione e il desiderio di costruirsi un destino diverso trascinano fino all’irresistibile chorus di ‘To The Moon’ che chiude, in maniera decadente e demodè, un album meraviglioso.


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