
È sufficiente fissare la copertina di ‘The Haunting Fear Of Inevitability’ e lasciarsi andare alla brutalità dell’opener ‘Blackest Evocation’ per rendersi conto di essere in trappola. Ancora una volta i proprietari della Relapse Records sono stati bravissimi nello scovare una realtà grindcore capace di asfaltare e sottolineo as-fal-ta-re la concorrenza sia sotto il punto di vista tecnico che per quanto concerne l’attitudine. Nelle presenti tredici tracce, prodotte da Joel Grind dei Toxic Holocaust, troverete citazioni dei maestri del genere, elementi powerviolence, d-beat e crust in quantità ma soprattutto un profilo tecnico superiore alla media in grado da fare invidia a personalità di spicco della comunità metal in generale. Sarebbe del tutto inutile sottolineare l’efficacia di un’episodio piuttosto che un altro perché è l’impatto globale a lasciare esterefatti; ‘Painted Ram’ e ‘Wretches’ sono le tracce più “lunghe”e, se vogliamo, sono quelle in cui si riesce a respirare a malapena. L’ira di Brandon Caldwell è incontrollata, gli intrecci chitarristici di Bobby Mansfield e Blake Wolf materializzano degli spettri ovunque e la sezione ritmica, formata da Shane Brown e Talon Yager, riporta alla mente Rotten Sound e Nasum dei tempi migliori. Spetta alla malata ‘Bone Chapel’ chiudere il sipario dopo uno spettacolo di atrocità e violenze senza senso. Un senso compiuto invece l’esistenza di una band di questo tipo ce l’ha eccome e addirittura ‘The Haunting Fear of Inevitability’ potrebbe essere la scusa per avvicinare tanti giovani, stufi della staticità di metalcore e deathcore, alla singolarità estrema di uno stile di musica fuori da tutti gli schemi.


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