Black Anvil
USA
Pubblicato il 23/01/2017 da Lorenzo Becciani

Prima di tutto parlerei degli esordi dei Black Anvil. Come è stato chiudere l’esperienza con i Kill Your Idols e iniziare questo nuovo progetto? Quali erano le ambizioni?
Fa parte della nostra storia ed abbiamo speso buona parte della nostra carriera a discutere e difendere quello che proponevamo. A questo punto non credo ci sia più nulla di cui discutere. Le band sono due entità separate ed una di esse era morta molto prima che l’altra prendesse vita. A parte qualche reunion che è stata fatta per pura nostalgia. Una volta finito abbiamo pensato di espandere la nostra creatività, qualcosa che volevamo fare da tempo e, anche semplicemente per manifesto, l’altra porta deve rimanere chiusa,

Quanto è cambiato il vostro approccio dopo tutti questi anni?
Cambiamo sempre come persone e scrivere musica è condizionato dallo spazio in cui viviamo. In un certo senso la scintilla nasce sempre in maniera differente anche il processo è lo stesso. Alla fine del giorno prendi la tua chitarra, l’attacchi all’amplificatore e inizi a suonare. Una volta che sei nel giusto stato mentale basta lasciarsi andare. Per esempio so bene che, quando pianifico una serata dedicata alla musica, il mood deve essere quello giusto. Altrimenti non ha senso. Funziona un pò per tutte le band così e nel nostro caso richiede uno stato mentale particolare.

Cosa volevate cambiare o migliorare dopo ‘Hail Death’?
Noi stessi. Non cambiarci ma migliorarci sempre.

Perchè avete deciso di collaborare con Colin Marston e Tore Stjerna per quest’album?
L’idea era quella di registrare l’intero album con Tore ma a causa degli impegni non ci siamo riusciti. L’alternativa è stata quella di registrare il materiale e spedirlo in Svezia per il mixaggio. Colin è estremamente talentuoso nel suo ambito, volevamo qualcuno che comprendesse la nostra visione e quella di Tore e quindi ci siamo rivolti a lui. Abbiamo scelto il primo mix che Tore ci ha offerto e come è riuscito a dare vita al nostro lavoro è qualcosa che si spiega difficilmente a parole.

Vi siete ispirati a qualche album in particolare?
É soprattutto una nostra evoluzione anche se chiaramente ci rifacciamo ai classici dell’heavy metal. Il sound comunque è quello.

Vuoi provare a recensire ‘May Her Wrath Be Just’ e la title track per i nostri lettori?
Non c’è niente da recensire dal nostro lato. É un’opera che ci appartiene, siamo oltre certi discorsi e credo che parli da sé. I testi sono lasciati all’interpretazione dell’ascoltatore. Se qualcuno si identifica nel senso di liberazione delle nostre canzoni magari riesce a capirle meglio. È reale che riconosce reale.

Qual è la vostra definizione di metal estremo? È maggiore la componente thrash o black metal nel vostro caso?
La nostra musica è la nostra musica. Si spiega da sé. Siamo una band black metal e non seguiamo alcuna regola.

Qual è il vostro background religioso?
Sono stato cresciuto come cattolico. Mi sono sempre opposto anche semplicemente perché da piccolo ascoltare certe cose mi annoiava. Una volta cresciuto ho smesso di supportare il cristianesimo.

L’artwork di Metastazis è fantastico. C’è un significato specifico dietro alla cover?
È un sigillo creato appositamente per noi. Meditate su esso e ascoltate l’album.

Chi sono i vostri amici migliori nella scena newyorkese?
A New York abbiamo tanti fratelli che fanno parte o meno di band. Persone che hanno sempre fatto parte delle nostre vite. Mi vengono in mente Madball, Agnostic Front e Sick Of It All. Queste sono le band in cui ci identifichiamo. Potremmo pubblicare del materiale vicino a qualunque cosa facciano le band metal di oggi ma non ne sentiamo il bisogno.

Qual è la migliore thrash band di sempre?
Impossibile rispondere. La nostra esperienza live più eccitante comunque è stato vedere i Metallica dal lato del palco.

Siete più legati al black metal norvegese o americano?
Personalmente ad entrambi. Non baso le mie scelte sul luogo di provenienza.

(parole di Paul Delaney)

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