Pistoia Blues

Un'altra edizione di successo, la quarantacinquesima per la precisione, per un festival che non ammette repliche. Si può criticare il programma, l'aderenza o meno al genere, si può rimpiangere il campeggio o definire peggiorato il mercatino, ma alla fine stiamo sempre a parlare di Pistoia Blues e con appassionati vecchi e nuovi, colleghi e addetti ai lavori ci ritroviamo sempre alle solite transenne. Ogni anno è più bello del precedente e questo perché, al di là degli artisti chiamati ad esibirsi, Pistoia Blues è un'esperienza che non racconta nessuno.

 

Vedere concerti di questo tipo al cospetto di una piazza tanto bella è qualcosa che ti rimane dentro. E non rimane dentro solo al pubblico, ma agli stessi artisti. Quest'anno la scelta della direzione artistica è stata di puntare su almeno tre-quattro nomi che garantissero un messaggio di vecchi valori, senza però smarrire il taglio moderno che una rassegna importante non può trascurare. Si spiegano così le esibizioni di Fantastic Negrito e The Darkness, degli australiani Jet e di due chitarristi fenomenali come Walter Trout - già a Pistoia in un lontano passato con John Mayall - e Eric Steckel. 

 

Prima di parlare dei concerti ci tengo a sottolineare che Pistoia Blues non è stato solo esibizioni dal vivo ma un peso significativo lo hanno avuto anche le presentazioni di libri. Una epica è stata quella di Filippo Rossi che ha spiegato con una passione incredibile il motivo per cui venera Roger Waters e ci ha scritto sopra un volume bellissimo. Altri motivi di interesse per i ferventi lettori di musica erano “Rëbra - Musica sulle costole” di Cristina Giuntini e “A Berlino con David Bowie - Da Alexanderplatz agli Hansa Studios” di Francesco Bommartini.

Proprio con Bommartini ho scambiato due chiacchiere per approfondire un libro che non parla solo di David Bowie ma descrive in maniera originale e minuziosa l'atmosfera che si prova a camminare per le strade di Berlino.

 

Ti sarebbe piaciuto essere a Berlino con David Bowie? O forse, all'epoca, sarebbe stato troppo pericoloso?

Sì, mi sarebbe piaciuto. La Berlino che ho conosciuto io dal 2009 in poi è comunque parecchio differente rispetto a quella della metà degli anni 70. È normale sia così. Ma vivere quasi due anni in compagnia di David Bowie e Iggy Pop, passando le giornate berlinesi tra visite a musei come il Brucke (che ho visto nel 2024) e serate a parlare di cultura e musica...beh, non può che rimanere un sogno.

 

Quando hai cominciato a scrivere il libro hai visto Berlino sotto un'ottica differente? Qual è la zona della città che ti affascina maggiormente?

L'opera l'ho cominciata proprio per estetizzare nero su bianco le mie numerose calate nel corso degli anni. Berlino per me è una città unica, e non solo per la storia, che ha segnato la storia d'Europa. Ho cercato di descrivere le vibrazioni che la caratterizzano, ma non ho taciuto assolutamente la gentrificazione che rischia di danneggiarne l'anima. E così facendo l'ho analizzata ulteriormente, comprendendola in maniera più profonda, spero. La zona che preferisco probabilmente è Friedrichshain, appena ad est del centro. Ma credo che sia innanzitutto l'alternanza tra i vari quartieri, che cambiano in maniera anche piuttosto netta sia sotto il profilo architettonico che della frequentazione sociale, a poter donare un'esperienza completa.

 

Qual è stato il capitolo più complicato da scrivere?

Direi "Behind the Wall: la città che ha salvato David Bowie". Perché tra sapere i motivi per cui Bowie ha attinto tanta positività da Berlino ed esplicitarli, anche attraverso le mie esperienze dirette, ce ne passa.

 

Su David Bowie sono stati scritti decine e decine di libri. Cosa rende "A Berlino con David Bowie" una lettura indispensabile per tutti gli appassionati del Duca Bianco?

Come hanno felicemente ravvisato alcune recensioni del libro, si tratta di uno scritto in cui c'è anche una forte componente personale. Quindi, senza voler risultare con questo spocchioso, credo che un punto di forza sia proprio nel mio filtro, nel fatto di descrivere tanto la città del periodo di Bowie, degli anni '70, quanto quella degli ultimi 15 anni, che ho appunto esperito in prima persona con un occhio di riguardo nei confronti della scena artistica. È difficile da spiegare ma questo tipo di scrittura è stato fortemente voluto e ha richiesto molta preparazione sul campo.

 

Qual è l'album della Trilogia a cui sei più legato?

Personalmente "Low". È stato il primo passo, ed è stato dirompente. Tanto che la casa discografica dell'artista inglese non voleva pubblicarlo, proprio perché troppo alieno anche rispetto alla storia già piena di hit di Bowie. Che, per inciso, aveva già pubblicato "Ziggy Stardust", "Aladdin Sane", "Hunky Dory" ecc. Lo trovo entusiasmante, e credo sia quello in cui Berlino si "sente di più", forse proprio sulla spinta dell'entusiasmo per una nuova avventura dopo le criticità esacerbate dall'abuso di droghe.
 

 

Sul concerto di Fantastic Negrito c'è molto da dire. Alcune considerazioni le trovate anche nella recensione di ‘Alive!’, il disco dal vivo che uscirà tra poco nei negozi. Il suo set è stato forse meno folle di altri che avevo visto in passato ma è stato allo stesso tempo ricco di contaminazioni e decisamente godibile da parte di tutti coloro che non amano le barriere in musica. Un blues rock che a volte si appesantisce ed altre volte lascia trasparire una tensione elettrica di natura più varia. Una musica eclettica, rara da trovare in circolazione, che si è associata alla grande con l'atmosfera di Piazza Duomo. La sua abilità nell'attrarre a sè persone provenienti dalla sfera indie e non necessariamente fan di blues o rock ha senza dubbio fatto bene al festival. Prima di Xavier si sono esibiti gli Electric Cherry ed Eric Steckel. Gli autori dell'eccellente ‘Cherry Red’ hanno dimostrato di sapere tenere il palco molto bene e mi piacerebbe vederli in un set più lungo. Il chitarrista di Lehigh County ha conquistato i presenti con una scaletta adrenalinica e di elevato tasso tecnico. Di recente è stato protagonista di due Steakhouse Sessions negli studi di Steve Lukather, senza samples, overdubs o re-take di alcun tipo. Questo vi fa capire la sua attitudine ed a soli trentasei anni può diventare davvero un punto di riferimento per il genere. 

 

La seconda sera Bluagata e Walter Trout hanno aperto il concerto dei Jet. I pratesi, un paio di volte di scena a Serravalle Rock, propongono un alternative rock decisamente inusuale e originale. L'alternanza di voci è un punto di forza delle loro canzoni e, nonostante abbiano suonato molto presto, il pubblico è stato subito dalla loro parte. Meritano di essere valorizzati. Il chitarrista ex-Canned Heat era già stato sul palco di Pistoia Blues con John Mayall, oltre quarant'anni fa. Adesso lo abbiamo ritrovato un po' più vecchio ma con la medesima energia di sempre. Lo accompagna il figlio Jon, molto bravo e già apparso su ‘We’re All In This Together'. Un set di puro blues che ha infiammato il popolo di Pistoia.

 

Gli australiani ancora se la tirano sull'atteso nuovo full lenght, il loro terzo e ultimo album ‘Shaka Rock’ risale al 2009, e hanno inserito in scaletta sia il nuovo singolo ‘Hurry Hurry’ che la cover di ‘Un’Avventura' di Lucio Battisti. Nic Cester e soci campano ancora di rendita del successo di ‘Are You Gonna Be My Girl’, sempre divertente dal vivo, e il loro mix tra hard rock, garage rock e pop funziona bene per le masse. ‘She’s A Genius' e ‘Get Me Outta Here’ sono stati gli altri apici di un concerto che si è distinto anche per l'omaggio ai leggendari AC/DC, con una versione più pulita ma non per questo meno efficace di ‘It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock n' Roll)'.

 

Due giorni di riposo e siamo tornati in Piazza Duomo per quella che è stata forse la serata più memorabile. Un trio eterogeneo come Spleen, Messa e The Darkness se lo possono permettere in pochi e il pubblico ha risposto alla grande dimostrando che si può puntare anche su generi molto diversi tra loro. Quello che conta è il talento e di talento i fiorentini ne hanno tantissimo. Il gruppo scovato dalla Contempo Records, etichetta dei primi Litfiba e Diaframma, sta scalando le gerarchie italiane in breve tempo e il loro potente mix tra punk e grunge ha trovato espressione in un debutto discografico spettacolare come ‘Gush’, contenente singoli di valore quali ‘Affected Kid’, ‘What’s Behind The Sun' e ‘W.Y.E.D.F.M.’. I Messa non hanno più bisogno di presentazioni. Ormai sono un act che suona tantissimo all'estero e anche nell'intervista che ci hanno rilasciato nei giorni precedenti al festival emergono le loro ambizioni ed una qualità sopraffina. Tutta la band gira a mille ma è inevitabile soffermarsi su Sara Bianchin, voce spettacolare che dopo il concerto ancora riecheggiava sotto il campanile, e Alberto Piccolo, eccezionale chitarrista blues che per caso si è ritrovato in una formazione doom. Concerto unico in aperto contrasto con quello dei The Darkness e proprio per questo apprezzato anche dai meno esperti. 

 

Quando Justin Hawkins è salito in scena è scoppiato un boato anche perchè la precedente esibizione degli inglesi a Pistoia Blues era stata un grande successo. Gli autori di ‘Dreams On Toast’ hanno saputo replicare quell'esibizione puntando ancora una volta sull'immagine, sull'energia e sulla voce del loro frontman ma anche su altri due membri davvero superbi come il batterista Rufus Taylor, entrato in line-up nel 2015, e il fratello chitarrista Daniel Hawkins. ‘Rock And Roll Party Cowboy’ e ‘Walking Through Fire’ non hanno niente da invidiare ai classici del passato, tra cui la famosissima ‘I Believe in a Thing Called Love’ e la reprise di ‘Dead Flowers’ dei Rolling Stones, oltre ad "agganci" a Guns N' Roses e Led Zeppelin, ha  dato il via ad un ulteriore crescendo di emozioni ed elettricità. 

 

La rivelazione assoluta dell'ultima serata, non tanto per i più esperti, è stata Strea, che ha avuto l'onore di aprire il concerto dei Jethro Tull. Irene Ettori, cantautrice e pianista bresciana dedita ad un mix tra art-rock e prog, possiede un talento invidiabile e ha saputo sfruttare al massimo il tempo a disposizione per stregare i presenti con la sua voce stratosferica. Apice della performance ‘July’, tratta dall'esordio ‘Gold And Mess’ uscito per Vrec l'anno scorso.