Luppolo In Rock - Sabato 18 luglio

Se la giornata inaugurale aveva già dimostrato l'ottimo stato di salute della manifestazione, quella del sabato ha alzato ulteriormente l'asticella grazie a un cartellone capace di attraversare diverse sfaccettature dell'heavy metal, dal melodic death al power, passando per l'heavy classico fino al moderno metal europeo. Un pubblico ancora più numeroso ha risposto presente fin dalle prime ore del pomeriggio, premiando una proposta che ha saputo alternare giovani promesse e autentiche leggende.


Ad aprire le danze sono stati i Bölthorn, formazione melodic death metal proveniente da Parma. Compito mai semplice quello di rompere il ghiaccio, ma la band emiliana ha affrontato il palco con determinazione e sicurezza, regalando una prestazione convincente. Il loro sound, potente e incisivo, ha immediatamente catturato l'attenzione dei primi presenti, grazie a riff robusti, ritmiche serrate e una presenza scenica già piuttosto matura. Senza inutili fronzoli, i Bölthorn hanno dimostrato di possedere idee chiare e una notevole capacità di trasformare in energia dal vivo le proprie composizioni. Un inizio decisamente sopra la media, che ha creato le condizioni ideali per il prosieguo della giornata.


Il testimone è poi passato ai Septem, autori di un'altra prova decisamente positiva. Se i Bölthorn avevano colpito soprattutto per l'impatto strumentale, i Septem hanno aggiunto un'importante componente teatrale e interpretativa. Grande merito va al cantante, autentico punto di forza della formazione, capace di dominare il palco con una presenza magnetica e una prestazione vocale di alto livello. La band ha saputo costruire un'esibizione intensa, coinvolgente e ricca di dinamiche, mantenendo sempre alta l'attenzione del pubblico.


Purtroppo la qualità ha subito una brusca frenata con gli Expiatoria. La loro proposta è risultata priva di mordente. Le composizioni si sono susseguite senza particolari sussulti, affidandosi a strutture fin troppo scontate. L'impressione generale è stata quella di assistere a uno spettacolo incapace di sorprendere o emozionare, con il pubblico che, progressivamente, ha iniziato a disperdersi tra gli stand del festival. Una prestazione piatta, che ha rappresentato probabilmente uno dei punti più deboli dell'intera giornata.


Se possibile, ancora meno convincente è stata l'esibizione di La Menade. La loro proposta è apparsa completamente fuori contesto rispetto al resto del bill, incapace di trovare un punto di contatto con il pubblico del Luppolo In Rock. Le canzoni sono scivolate via senza lasciare traccia. Mancava intensità, mancava personalità e, soprattutto, mancava quella capacità di creare empatia con chi stava sotto al palco.


Fortunatamente la situazione è cambiata radicalmente con l'arrivo dei norvegesi Mayfire, autentica sorpresa del festival. Incappucciati, avvolti da un'immagine misteriosa e moderna, hanno proposto uno show capace di unire aggressività, elettronica, groove e atmosfere contemporanee senza perdere pesantezza. La loro musica sfugge alle classificazioni più tradizionali e proprio questa capacità di guardare avanti rappresenta il loro principale punto di forza. Il pubblico, inizialmente incuriosito, è stato progressivamente conquistato da un'esibizione intensa, compatta e ricca di personalità. Ogni brano aggiungeva un tassello a un'identità artistica già sorprendentemente definita. In un cartellone ricco di nomi storici, sono stati proprio i Mayfire a rappresentare la vera rivelazione della giornata, dimostrando come il metal europeo continui ancora oggi a produrre realtà innovative e credibili.


Dopo una proposta così fresca è toccato a Pino Scotto, personaggio che non necessita di particolari presentazioni. L’ex-Vanadium ha riproposto sostanzialmente il copione che lo accompagna ormai da anni: tanta esperienza, grande comunicativa con il pubblico, battute, aneddoti, qualche inevitabile stoccata e un repertorio che continua a trovare estimatori soprattutto tra chi lo segue da decenni. Lo spettacolo funziona esattamente come previsto, senza particolari sorprese. Chi ama Pino Scotto sa perfettamente cosa aspettarsi e ne esce soddisfatto; chi cerca qualcosa di nuovo difficilmente troverà motivi per cambiare idea.


L'atmosfera è cambiata ancora una volta con l'arrivo dei leggendari Crimson Glory. Era evidente fin dal pomeriggio come molti spettatori fossero arrivati appositamente per assistere al ritorno della storica formazione americana. Sotto il palco si è raccolta una folla decisamente più numerosa e la band non ha tradito le aspettative. La professionalità dei musicisti è emersa fin dalle prime note: precisione chirurgica, grande pulizia esecutiva e una tecnica sempre al servizio delle canzoni. Il repertorio ha attraversato alcuni dei momenti più significativi della loro carriera, restituendo intatta quella miscela di heavy metal e raffinatezza compositiva che li ha resi un gruppo di culto. Il pubblico ha risposto con entusiasmo crescente, tributando alla band un'accoglienza calorosa. È stata una delle esibizioni più solide dell'intero festival.


Quando però sul palco sono saliti gli Stratovarius, il Luppolo In Rock ha probabilmente raggiunto il proprio apice artistico. Quello della storica formazione finlandese è stato un concerto spettacolare, uno di quelli destinati a rimanere nella memoria di chi era presente. La band ha girato alla perfezione dall'inizio alla fine, dimostrando una condizione invidiabile. Timo Kotipelto ha offerto una prova vocale straordinaria, soprattutto sugli estratti di ‘Episode’ (‘Speed Of Light’) e ‘Visions’ (da brividi ‘The Kiss Of Judas’ e ‘Black Diamond’). La sua voce conserva ancora una pulizia, una precisione e una naturalezza impressionanti, riuscendo a raggiungere le note più alte con apparente facilità. La sua eleganza sul palco continua a essere il perfetto contrappunto all'energia della band.


Accanto a lui, Jens Johansson ha confermato di essere uno dei più grandi tastieristi della storia del power metal. Le sue parti soliste, eseguite con una fluidità quasi irreale, hanno strappato applausi continui, mentre il dialogo con le chitarre ha dato vita a momenti di assoluto virtuosismo senza mai risultare autoreferenziale.


Ma sarebbe ingiusto limitare gli elogi ai due protagonisti più celebrati. La sezione ritmica è stata impeccabile, le chitarre precise e potenti, i suoni perfettamente bilanciati e la setlist costruita con intelligenza, capace di alternare grandi classici e momenti più recenti. Il pubblico ha accompagnato praticamente ogni brano cantando in coro, trasformando il concerto in una vera celebrazione del power metal europeo. Una prestazione da headliner nel senso più pieno del termine.


Chiudere una serata dopo gli Stratovarius non era certamente semplice, ma il compito spettava ai Dirkschneider. L’ex-Accept continua a rappresentare una figura iconica dell'heavy metal e il suo repertorio conserva un valore storico enorme. È inevitabile, però, notare come il tempo abbia lasciato qualche segno. Alcuni passaggi sono apparsi fuori tempo e non sempre la performance ha mantenuto la compattezza mostrata dalle band precedenti. Eppure è proprio questa imperfezione a rappresentare, paradossalmente, parte del fascino di Udo. Il suo heavy metal appartiene a un'altra epoca e non cerca minimamente di adeguarsi agli standard moderni. Per molti spettatori è stato come tornare agli anni d'oro di ‘Balls To The Wall’ e ‘Metal Heart’, vivendo un'esperienza più emotiva che tecnica. Per altri, inevitabilmente, il confronto con gruppi ancora oggi chirurgici sul piano esecutivo è apparso impietoso. Ma il pubblico ha comunque tributato al cantante tedesco il rispetto che merita una leggenda.