Luppolo In Rock - Domenica 19 luglio

Il sipario cala su un'edizione di Luppolo In Rock che verrà ricordata a lungo, e lo fa nel modo migliore possibile: con una giornata conclusiva che ha messo in fila underground, storia e leggenda in un crescendo di violenza sonora quasi perfetto. Il pubblico arriva compatto fin dal primo pomeriggio, consapevole che la scaletta di oggi non lascia spazio a distrazioni: si comincia presto e si finisce tardi, e nel mezzo c'è uno dei cartelloni più duri e coerenti visti negli ultimi anni sul palco del festival. Prima che i Venom salissero sul palco l’organizzazione ha ribadito quanto siano importanti i Blind Tickets, al momento già disponibili sul sito ufficiale della manifestazione, per rompere gli schemi e continuare a portare gruppi di questo livello. Sapete cosa fare quindi.


Andiamo però per ordine. Il compito di scaldare gli animi in un pomeriggio dalle temperature africane spetta a Bid Zogo e Crisalide, due realtà che non puntano certo sull'originalità quanto su un impatto diretto, quasi brutale nella sua semplicità. Non ci sono trovate di scena, non c'è ricerca di un'identità particolarmente distintiva: c'è invece una scarica di energia che funziona esattamente per quello che deve fare, ovvero riempire il prato di persone e far scaldare i muscoli del collo in vista di quello che verrà. I riff sono diretti, i tempi serrati, poca fronzoli, tanta sostanza ritmica, il giusto per mettere il pubblico nello stato d'animo corretto. Funziona, e a giudicare dai primi headbanging spontanei sotto il sole ancora alto, la missione è compiuta.

 

Cambio di passo netto quando salgono sul palco gli Infection Code. Qui si passa dal riscaldamento generico a qualcosa di molto più definito e feroce. Siamo infatti al cospetto di una delle realtà più solide e taglienti dell'intera scena underground estrema italiana. Quest’oggi ero al Luppolo fondamentalmente per loro e per gli Overkill e la prova degli autori di ‘De Reptilium Arcanis’ è stata letale. Gabriele Oltracqua trascina il gruppo con un carisma fisico che si traduce immediatamente in energia trasmessa al pubblico: non canta, sputa parole, si muove come se ogni brano fosse un atto di guerra personale. Dietro di lui la band macina un muro sonoro compatto, tecnico quanto basta per impressionare senza mai perdere l'aggressività istintiva che è il vero marchio di fabbrica del gruppo. È uno di quei set che confermano quanto la scena italiana sia ancora viva.


 

Se gli Infection Code hanno acceso la miccia, i Cripple Bastards si sono preoccupati di fare esplodere l'ordigno. Il concerto è puro grindcore alla massima potenza, una furia senza controllo che travolge il pubblico fin dalle prime battute. Quello che colpisce è la qualità tecnica assoluta della prova: ogni membro della formazione dimostra un controllo strumentale impressionante, capace di reggere tempi vertiginosi senza mai perdere precisione. È il classico caso in cui la brutalità non è sinonimo di approssimazione, anzi: più il set procede, più emerge quanto dietro quel caos apparente ci sia una macchina da guerra rodata e chirurgica. Il pit si apre da subito, e resterà uno dei momenti di adrenalina pura di tutta la giornata.

 

Dopo la scarica di violenza dei Cripple Bastards, tocca ai Darkhold, che pagano inevitabilmente il confronto diretto con quanto visto poco prima. Il set risulta più scontato e ridondante, con una scrittura che fatica a distinguersi e una proposta che, seppure onesta, non riesce a lasciare il segno. Non un brutto concerto in assoluto, ma sicuramente il momento più debole della scaletta odierna, complice anche una scaletta che si ripete su schemi già sentiti senza essere capace di sorprendere. Ho avuto l’impressione che gli autori di ‘Centuries Of Purgatory’ abbiano avuto paura di osare.


 

Con i Rotting Christ la giornata ha cambiato definitivamente marcia. I greci sono saliti sul palco regalando quello che si può considerare uno degli show più belli di tutta l'edizione del Luppolo. Micidiali dal primo minuto, la band greca offre una prova tecnicamente spettacolare, capace di muoversi con naturalezza tra il black metal più cerimoniale e improvvise escursioni nell'heavy metal tradizionale, con momenti quasi epici che sollevano il pubblico in un'unica onda compatta. Il suono è imponente, le atmosfere quasi liturgiche, ma senza mai scadere nella staticità: c'è dinamismo, c'è teatralità, c'è soprattutto una capacità di scrittura che permette alla band di alternare momenti oscuri a impennate quasi eroiche. Eccellente la prova del chitarrista Kostis Foukarakis, anche negli Exarsis, e grande la risposta del pubblico a pezzi come ‘Like Father, Like Son’ e ‘Grandis Spiritus Diavolos’.


 

Mentre aspettavo nel pit dedicato ai fotografi che lo show dei Marduk iniziasse l’acciaio ribolliva impedendo qualsiasi contatto. Non è bastata la proposta gelida e implacabile degli svedesi per respirare un po’, anzi l’atmosfera si è fatta ancora più asfissiante. Un grande concerto, una prova concreta che ha smentito con decisione qualche uscita passata meno convincente. Il suono di chitarra è tagliente, gelido, quasi chirurgico nella sua freddezza, mentre le vocals di Mortuus risultano spettrali e allucinate, capaci di scavare un solco di inquietudine autentica nel pubblico. È un concerto che funziona perché torna alle radici più pure del true black metal scandinavo, senza concessioni, senza ammorbidimenti: solo velocità, oscurità e una presenza scenica spettrale ma efficacissima.


 

Cambio totalmente di registro con gli Overkill, accolti con un’ovazione dal pubblico. Il loro set è stato eccezionale. Bobby "Blitz" Ellsworth è ancora in forma smagliante (‘Rotten To The Core’ e ‘Ironbound’ le ha eseguite quasi fosse un ragazzino), capace di trascinare la band con un'energia che sembra sfidare il tempo, mentre al suo fianco Christian Olde Wolbers, storico membro dei Fear Factory oggi al basso della band, offre una prova strumentale di livello altissimo. Il momento clou arriva con ‘Fuck You’. Il giro di basso di Wolbers in quel brano è qualcosa di semplicemente pazzesco, un episodio che da solo vale la serata e che scatena i presenti. Cori, pugni alzati, messaggi old school, un'intera generazione che canta ogni singola strofa. Gli Overkill dimostrano ancora una volta perché il thrash metal americano li abbia indicati tra i suoi ambasciatori più credibili e resistenti.

 

E infine, come da copione per una serata che sembrava costruita apposta per un finale in crescendo, arrivano i Venom. Con Cronos al comando, la band che ha letteralmente dato vita al black metal ha chiuso il Luppolo con uno show che è puro culto. Non serve inventarsi nulla: bastano i classici, suonati con la stessa rabbia e la stessa sfrontatezza di sempre, per dimostrare come certe canzoni non abbiano davvero età. Il pubblico, ormai provato da ore di concerti ma ancora carico di energia, si getta in un ultimo, gigantesco pogo collettivo mentre sul palco Cronos e soci macinano una sorta di best of che è a tutti gli effetti un pezzo di storia del metal. È la chiusura perfetta, quella che ti fa uscire dal prato con le gambe indolenzite ma il sorriso stampato in faccia. Appuntamento alla prossima edizione.