
La materia è delicata, oseremmo dire scottante. Quando si ha che fare con un artista come Eddie Vedder si sa da subito che è come camminare sulle uova. Da qualsiasi prospettiva ci si pone, ciò che si andrà a scrivere potrebbe essere utilizzato contro il recensore di turno, a seconda se quest’ultimo parli bene o male del cantante dei Pearl Jam. Sul fatto che la sua band madre abbia da tempo preso la strada del declino è un dato abbastanza chiaro, vista la poca ispirazione degli ultimi lavori, così come è un dato incontrovertibile che il giocattolo Pearl Jam sia nelle mani del sig. Vedder da oltre venti anni. Del resto, da quando Ament e Gossard gli hanno affidato le chiavi della band (“Vitalogy” è il punto di partenza con la conseguente cacciata di Dave Abbruzzese), i loro lavori sono andati sempre al ribasso, nonostante alcuni di essi viaggino, comunque, sul sette abbondante. Il problema è che se uno ascolta il fallimentare “Gigaton” e si approccia ad “Earthling” si rende conto che il livello è inalterato, ovvero tendente ad una mediocrità che non farà altro che oscurare un nome che, comunque, merita rispetto come quello del cantante americano. Vedder vuole giocare a fare il cantautore da 90, ma sinceramente non è né Tom Petty, che prova ad emulare malamente in “Long Way” e né Bruce Springteen, la cui immagine aleggia da tempo immemorabile sul capo del nostro. Nonostante la presenza di ospiti illustri come Chad Smith alla batteria, Chris Chaney al basso e le comparse di Elton John in “Picture” (tra l’altro una delle canzoni meglio riuscite), Stevie Wonder e Ringo Starr, la qualità è bassa sia negli episodi più rallentati e sia in quelli dove si vuole fare rock sfrenato (“Good Evil” e “Rose Of Jericho”). Manca sempre il ritornello che ci dovrebbe stare per dare risalto a brani che sembrano monchi e poco incisivi e questo fa male, specialmente se si parla di un signore che nel corso della sua carriera ha firmato perle come “Better Man” o “Porch”, tanto per citare le prime due canzoni che ci vengono in mente. La mano dorata di Andy Watt, conosciuto sia come chitarrista dei California Breed e ora come produttore di qualità, non esalta un lavoro che presenta anche dei richiami agli anni ottanta che si riscontrano nell’opener “Invincible”, dove sembra di essere catapultati nella Gran Bretagna della new wave. Anche il secondo singolo “Brother The Cloud” non è un pezzo epocale, visto che riprende elementi già ascoltati in “Gone” (che, a confronto, è qualcosa di inestimabile) presente nell’omonimo del 2006. Possiamo andare avanti senza problemi e scrivere che il blues acustico di “Fallout Today” si colloca come un esperimento a metà tra Springsteen e Bryan Adams, mentre “The Dark” è un qualcosa che si fa fatica a pensare che possa essere stato scritto da uno che ha giurato amore eterno a gente come Fugazi o Ramones. Sarebbe, magari, stato bello trovare tracce degli Who, altro punto di riferimento di Vedder, ma questa speranza rimane vana. Non manca la ballata che servirà a rimpinguare il conto in banca, “The Haves”, mentre spiazza decisamente “Try” che ha un sound degno dei Fishbone che furono, ma solo perché c’è un signore all’armonica che si chiama Stevie Wonder che la impreziosisce con quel tocco di genialità che solo lui può avere. Abbiamo detto degli ospiti e quindi è giusto citare anche Ringo Starr che è dietro le pelli nell’insipida “Mrs. Mills” che dovrebbe essere un omaggio ai Beatles, ma su cui sarebbe meglio far cadere ogni tipo di giudizio. Il quadro della situazione è allarmante, ma chi segue i Pearl Jam dalla nascita sapeva e sa benissimo che lo stato del paziente Vedder era cagionevole da tempo. Ora ne ha avuto la certezza dopo questo album che risulta poco ispirato, a prescindere dalle sonorità che si sono volute sposare.

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