
Mi sono innamorato di questo disco e non solo per l’assurdo talento vocale di Daniela Pes, ma perché quando la musica e la poesia si fondono non ce n’è per nessuno. L’unico rimpianto che ho, scorrendo le tracce di ‘Spira’, è che la visionaria cantautrice sarda sia arrivata così tardi a pubblicare il suo esordio perché finora ci siamo persi una “voce” che avrebbe potuto sul serio orientare la scena italiana in un altro verso. Non è un caso che il disco sia prodotto da Jacopo Incani che negli ultimi anni ha rappresentato una delle poche fonte di speranza per l’elettronica e la musica cantautoriale di casa nostra. La libertà compositiva che si percepisce ascoltando ‘Spira’, anticipato nei mesi scorsi dalla ruvida e sognante ‘Carme’, è incredibile e la voce magnetica di quest’artista, appassionata tanto di jazz quanto di tradizione popolare, è qualcosa che tutti dovrebbero provare. Mette i brividi. La narrazione si svolge attraverso una serie di movimenti tellurici, alcuni più sostenuti (‘Illa Sera’ e ‘Laira’) ed altri delicati, quasi rilassati, che lasciano emergere la potenza del gallurese arcaico. Per certi versi siamo al cospetto di un percorso simile a quello che i Sigur Rós seguirono con ‘( )’ ma nello specifico l’idioma delle liriche non è inventato ma reale. Il fervore cinematico che si viene a creare è notevole e la sensazione è che dal vivo ciascun frammento strumentale e vocale possa essere dilatato in eterno. Non ho voluto di proposito utilizzare citazioni perché è talmente unica la proposta di Daniela Pes, strabordante nella conclusiva ‘A Te Sola’, che paragonarla a qualcun altro sarebbe come svilirla. Ne faccio soltanto una, chiamando in causa Caterina Barbieri, solo per sottolineare il fatto che non mi capitava di percepire un profilo internazionale tanto spiccato da quando è uscito ‘Ecstatic Computation’.


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