
Ace Frehley è da sempre considerato un musicista tra i più sottovalutati della storia del rock. A causa di un carattere “particolare” e di un rapporto non proprio idilliaco con i suoi ex compagni di battaglia all’interno della navicella Kiss, in tanti hanno fatto finta di non capire o non si sono mai accorti dell’enorme potenziale che ha sempre portato con sé il chitarrista di New York che in questi ultimi anni sta conducendo con grandissima dignità una carriera solista interessante e priva di cadute di stile. In un’intervista recente al Rolling Stone lo stesso, con grande orgoglio, aveva dichiarato che “10.000 Volts” sarebbe stato un disco che avrebbe annichilito i suoi ex amici Gene Simmons e Paul Stanley. In realtà, dopo aver ascoltato con attenzione questa sua nuova fatica, possiamo dire che le parole di Ace “The Space” sono state chiaramente esagerate, ma ciò non toglie che le canzoni contenute nel suo disco appaiono fresche, interessanti e di piglio. La titletrack è energica ed ha un grande ritornello, come “Cherry Medicine”, un mid tempo che si dipana in maniera coinvolgente e melodica per tutta la sua durata. Il coinvolgimento dietro le pelli del suo storico amico Anton Fig pare aver dato molto brio a Frehley che dà il meglio di sé quando si tratta di premere sull’acceleratore e di dare credito al vecchio hard rock degli anni settanta (“Walkin’ On The Moon”). Non mancano, chiaramente, le ballate ariose, come la semiacustica “Back Into My Arms Again”, dal forte piglio radiofonico e che sarebbe stata perfetta negli anni ottanta. E i Kiss? Qualcosa che suoni come quelli di una volta la si ritrova in “Fightin’ For Life” che ci riporta indietro ai tempi che furono e che non torneranno mai più. Per il resto i brani che abbiamo scorrono via in maniera serena e con grande piacere. Il riff iniziale di “Blinded” anticipa una traccia che si rivela granitica in tutto il suo insieme, mentre “Life Of A Stranger” è un altro “lentone” dal retrogusto romantico, così come si era soliti scriverli una volta. La perla finale si materializza alla fine e porta il nome di “Up In The Sky” in cui il nostro pare strizzare l’occhio, addirittura, a Seattle e a coloro che portarono una ventata fresca nel laccato mondo del rock di quegli anni. A chiudere un disco più che buono ci pensa lo strumentale “Stratosphere” che ci consegna un Ace Frehely davvero in ottima forma.

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