
Quando ho ascoltato per la prima volta ‘Belfry’ ammetto di aver avuto la medesima sensazione che ho provato quando mi sono imbattuto in ‘Opus Eponymous’ dei Ghost. Pur essendo molto diverse tra loro le band, in entrambi i casi era palese che ci fossero dei margini di crescita enormi, sia qualitativa che stilistica. In entrambi i casi ho subito avvertito che stava per arrivare qualcosa di maledettamente importante. Per quanto riguarda i Messa c’era un problema non da poco ovvero il fatto di essere una band italiana. La nostra scena è precaria, mal strutturata e incapace di supportare le realtà più meritevoli eppure i veneti sono riusciti a farsi notare al di fuori dei propri confini, vuoi per la loro immagine o per la voce spettacolare di Sara Bianchin, vuoi per le sonorità heavy e dark oppure per il passaparola generato dalle folgoranti esibizioni dal vivo. Adesso pensano in grande e le loro ambizioni vengono accompagnate da una produzione di stampo internazionale e da una crescita esponenziale sotto tutti gli aspetti. In totale coerenza con gli esordi, la scrittura si è fatta ricca di sfumature e più variegata dal punto di vista delle influenze. Scorrendo la scaletta del successore di ‘Close’ rimarrete sorpresi da retaggi post-punk, influenze blues e jazz, improvvise aperture darkwave e maestosi arrangiamenti cinematici, anche se la base è sempre contraddistinta da un doom metal potente e suggestivo. Le registrazioni si sono svolte in differenti location e l’obiettivo primario è stato di rendere il più essenziali possibili le composizioni senza caricarle di troppi elementi o strati sonori. ‘Void Meridian’ e ‘Immolation’ mantengono un legame forte con i vecchi lavori mentre ‘At Races’, un omaggio ai Killing Joke, e ‘The Dress’, una preziosa veste da poetessa per la cantante dallo sguardo magnetico e dall’ugola che mette i brividi, segnano una significativa evoluzione rispetto alle soluzioni melodiche del passato ed anche le chitarre di Alberto, di recente autore di un eccellente solo album venato di blues, e Mark Sade possono vantare una grana differente ed uno spessore maggiore. Il synth portentosi di ‘Fire On The Roof’ è opera di Andrea Mantione del Nuovo Testamento mentre l’evocativo artwork è stato realizzato da Nico Vascellari. Un’architettura elegante e suoni senza tempo, sempre polverosi ma più accessibili per il grande pubblico. Porsi limiti a questo punto sarebbe un errore. Lo sa bene Metal Blade e lo sanno bene anche i Messa.


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