
Chi ha avuto la fortuna di assistere ad un concerto degli Arcade Fire ascolta i loro dischi in maniera differente. Non ho dubbi su questo. I canadesi sanno far sognare. La loro musica si libera nell’aria solenne, sia che venga stratificata con decine di strumenti diversi per rendere gli arrangiamenti più sofisticati sia che venga supportata da una base elettronica. A tre anni di distanza da ‘WE’, Win Butler e Régine Chassagne regalano ai propri fan una vera e propria odissea sonora, una ricerca esistenziale, una meditazione tanto sull’oscurità quanto sulla luce e la bellezza interiore. Il cantato è liberatorio e l’energia di certi frangenti rimanda all’epoca di ‘Funeral’, il disco che per molti ha “ucciso” l’indie rock, se non altro come lo conoscevamo fino a quel momento. ‘Pink Elephant’ è la loro migliore uscita dai tempi di ‘Reflektor’ e contiene passaggi al limite della dance (‘I Love Her Shadow’), singoli d’effetto (‘Year Of The Snake’) e architetture compositive presuntuose come ‘Alien Nation’, in assoluto uno dei pezzi più letali nella loro lunga carriera, e ‘She Cries Diamond Rain’. I synth diventano sempre più pressanti in ‘Circle Of Trust’, giocata tutta sui bassi, e ‘Beyond Salvation’, col vocoder chiamato ad alimentare il crescendo in falsetto di ‘Ride Or Die’. Si sente il tocco del produttore Daniel Lanois, in passato a servizio di Brian Eno e U2, ma soprattutto si sente che questa scaletta è pensata per essere dilatata in sede live. Sono curioso di vedere come verrà accolto ‘Pink Elephant’, perché sarà un termometro della consistenza di una scena indie che è mutata parecchio negli ultimi tempi.


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