
Qualche mese fa mi sono imbattuto nel videoclip di ‘The Pattern Speaks’, girato al Rio Market di Austin, dove il duo anglo-americano si è di fatto esibito mentre le persone entravano per fare la spesa e venivano monitorate dalla videocamera di sicurezza. Un senso di alienazione pazzesca, tipica dei tempi in cui viviamo, smorzata dalla violenza dei fuzz psichedelici generati dalla chitarra e dal continuo frastuono provocato da una batteria decisamente garage rock. Ho così scoperto che gli SKLOSS non erano nati da molto. Karen Skloss (Moving Panoramas) e Sandy Carson (Iglomat), marito e moglie nella vita, hanno sviluppato l’idea durante la pandemia e poco dopo si sono ritrovati con una manciata di tracce di un’urgenza pazzesca. A registrarle è stato Cisco Collins mentre la produzione è stata supervisionata da Charles Godfrey (Swans, Prong) e del mastering si è occupato una leggenda come James Plotkin. Tutto in regola quindi e infatti ‘The Pattern Speaks’ scuote che è una meraviglia, tra invettive oscure e deliranti e passaggi quadrati che arrivano all’ascoltatore come mazzate nei denti. Il materiale è cupo e criptico, ma la scaletta scorre ugualmente con grande fluidità, a dimostrazione che in termini di songwriting il duo ci sa fare eccome. Se fossero uscite cinque-sei anni fa, canzoni come ‘Mind Hive’ e ‘Plugged Into Jupiter’ sarebbero state definite “sludge” tanta è la loro sporcizia e potenza. Le più sperimentali ‘Dead Bone’ e la conclusiva ‘Ghosts Are Entertaining’ aprono invece le porte a nuovi orizzonti sonori, che ci auguriamo vengano esplorati presto ma non prima di un bel tour dalle nostre parti. Magnifico il vinile pubblicato da Fuzz Club Records (Tess Parks, The Gluts), che punta su una impareggiabile qualità audio e sull’artwork di Thomas Hopper (Hexvessel, Cave In).


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