
So bene so pensate. Ecco il solito gruppo pop-punk con influenze emo o nu metal che non aggiunge nulla a quanto ascoltato negli ultimi vent’anni. Eh no, signori. Il gruppo di Detroit aveva già mostrato di avere gli attributi in sede live e non a caso questo debutto era atteso da tempo. Non solo siamo su livelli altissimi di songwriting ma ‘Allegoria’ mostra un’abilità fuori dal comune nell’assemblare influenze differenti senza mai inficiare l’impatto generale. Mi piace riprendere quello che Pure Noise Records dice nella scheda di presentazione ovvero che la musica degli Unwell parla allo stesso modo sia a chi sta appiccicato alle transenne ai concerti sia a chi preferisce starsene lontano dal palco e vedere cosa succede. L'ambientazione di Allegoria, il regno mistico omonimo, è raffigurata in immagini suggestive in tutta la grafica dell'album con un futurismo medievale: castelli gotici, cascate e troni opulenti sotto la vasta distesa dell'universo. Tutto questo mondo, sia musicale che visivo, si trasforma in una storia sinestetica e cinematografica raccontata in tempo reale: non una fuga dalla realtà, ma piuttosto una sua versione rifratta, dove il dolore e il trionfo quotidiani sono elevati a proporzioni mitiche e le grandi ambizioni riverberano tra un cielo stellato. È una terra immaginaria che ha aiutato gli Unwell a raccontare le proprie storie, ritagliandosi uno spazio per un'esplorazione ancora più profonda e lasciando le porte aperte per un ibrido letale tra alternative rock, hardcore-punk e pop. Di sicuro non vi aspettereste musica del genere con una copertina di questo tipo e se pezzi come ‘Plague’ e ‘Conqueror’ puntano su una facile adattabilità live, gli archi di ‘Miracle’ e il cantato alla H.I.M. di Matt Copley in ‘Throne Of Velvet Roses’ dimostrano che sarà difficile capire quale sarà la prossima direzione sonora intrapresa dai ragazzi.


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