
Sugli Alter Bridge sembrava essere scesa una coltre grigia dopo gli ultimi lavori - soprattutto “Pawn & Kings” - che avevano lasciato intravedere un calo di ispirazione notevole e una ripetizione della formula musicale, che risultava abbastanza piatta e poco convincente. Dopo aver messo da parte i tanti progetti collaterali e le reunion remunerative (Creed), ecco che i quattro hanno deciso di unire le forze, di andare nei mitici 5150 Studios, di proprietà, un tempo, del sig. Eddie Van Halen, e di scrivere un disco che potesse rimembrare i fasti dei bei tempi. Possiamo serenamente affermare che l'operazione è riuscita, perché in questo album omonimo si ritorna ad ascoltare musica di qualità che ci riconcilia con i loro giorni migliori. Partiamo, però, da una premessa. Le canzoni, ad eccezione dell’ottima ballad “Hang By A Thread” che pare uscita fuori da una session di “One Day Remains”, vanno ascoltate ripetutamente per poter essere assimilate nella giusta maniera. Dare loro un ascolto disattento e sfuggente sarebbe un errore imperdonabile che porterebbe solo pregiudizi e giudizi affrettati verso questi signori che non meritano un trattamento tale. Qui, grazie anche alla produzione del fidato Michael “Elvis” Baskette, si è travolti da un vero e proprio blocco monolitico di chitarre che fanno pendere l’ago della bilancia verso le inclinazioni musicali di Mark Tremonti. “Silent Divide”, che apre le danze, è un bel concentrato di alternative metal con rimandi agli Alice In Chains che sono sempre lì come fonte di ispirazione per molti artisti dei nostri tempi. Non ci sono momenti di riposo con le varie “Trust in Me”, dai connotati alla Black Sabbath, “Rue The Day” e “Tested And Able”, quest’ultima poteva far parte di uno dei tanti dischi a firma Tremonti (non è un caso che a cantarla sia il chitarrista) che entrano sottopelle con il passare degli ascolti. È tutto molto gradevole con picchi di qualità che arrivano con “Scales Are Falling” in cui vi è il contrasto tra parti melodiche e altre arrabbiate, con la veloce “Playing Aces” e con la furente “What Are You Waiting For” che, pur non avendo un ritornello vero e proprio, si ficca in testa da subito e non ne vuole sapere di uscire fuori. Poi, come ormai un must da ripetere, si materializza la cavalcata finale rappresentata da “Slave To Master” che, da sola, potrebbe valere il prezzo del biglietto, con Tremonti e Kennedy che si divertono un mondo a tirare fuori dalle loro chitarre soli di qualità. Cosa c’è da dire in più? In primo luogo va sottolineata l’ottima prova di Scott Phillips, batterista molto sottovalutato, che qui dentro si è letteralmente sbizzarrito a suonare in maniera clamorosa, creando tempi e ritmiche da vero e proprio fuoriclasse dello strumento. Poi c’è solo da prendere il disco e farlo girare più volte nel proprio impianto. Ci vuole pazienza e molta attenzione per poter apprezzare “Alter Bridge”, un prodotto di qualità che rilancia una band le cui azioni stavano precipitando in maniera vorticosa.


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