
Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei recensito l’ex-Take That su queste pagine sarei scoppiato a ridere e invece adesso, nel mercato fluido di oggi, va tutto bene. Ce lo troviamo pure nel bill di Firenze Rocks, in un cartellone che quest’anno prevede anche il ritorno dei Cure, gli scozzesi Mogwai, Lenny Kravitz e Salmo. La realtà è che l’autore di ‘Life Thru A Lens’ e ‘I've Been Expecting You’ si è mosso in territori sonori che potessero essere calpestati sia dai fan di sempre (‘Spies’) sia da coloro che sono cresciuti col glam rock (‘Cocky’ con Gaz Coombes dei Supergrass) ed il brit pop. Il disco è costruito su invettive personali, ballate elettroniche, orchestrazioni cinematiche e synth in quantità, soprattutto su citazioni di vario tipo che sanno più di prese di posizione che di vere influenze. Williams si gode tutti i soldi guadagnati in carriera col solito prodotto mainstream, ma allo stesso tempo cerca di risultare ancora interessante, con melodie pop vincenti accompagnate da un’immagine ribelle, che ormai regge poco. Le sessioni di registrazione si sono svolte in diversi studi nel Regno Unito, in Europa e negli Stati Uniti, riflettendo un processo di produzione frammentato e collaborativo piuttosto che la classica registrazione di una band in un unico luogo. I suoni sono comunque notevoli ed in scaletta si passa dal riff aggressivo di Tony Iommi in ‘Rocket’ a potenziali hit come ‘Pretty Face’ e ‘All My Life’, che ammiccano agli Oasis. La catartica ‘It’s Ok Until The Drugs Stop Working’ è invece a metà tra Blur (o forse dovrei dire The Good, The Bad & The Queen) e la musica da crooner mentre la commerciale ‘Human’ è stata composta assieme a Chris Martin dei Coldplay e l’omaggio a sua santità ‘Morrissey’ lo ha visto collaborare di nuovo con Gary Barlow. Non troppo nostalgico e tutto sommato divertente. Non punk come lo ha definito qualcuno.

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