
Un altro album thrash monumentale per le brasiliane che confermano di essere una delle realtà più sottovalutate dell’intera comunità metal. Anche stavolta hanno saputo concentrarsi sul songwriting e dare alle stampe un lavoro privo di filler e totalmente trasportabile in sede live, dove Prika Amoral e compagne non sbagliano un colpo. Sta proprio qui la forza di questa band che cresce di anno in anno e si propone come un’alternativa moderna e potente alle formazioni classiche del genere. Quando parte ‘Impeding Doom’ e poi subito a ruota la title track, è impossibile non rimanere impressionati dall’energia delle ragazze. Il loro sesto album non fa altro che liberare la bestia interiore che c’è dentro a tutti noi e lo fa ad una velocità impressionante e con una forza formidabile. Dopo essersi esibite nei più grandi festival metal del mondo, dal Wacken all'Hellfest, le Nervosa puntano a consolidare la loro posizione di leader della scena e l’addio dei Sepultura potrebbe sul serio renderle la band verdeoro più famosa al mondo. Il successore di ‘Jailbreak’ è stato prodotto nuovamente da Martin Furia, chitarrista dei Destruction, in equilibrio tra retaggi old school e passaggi spigolosi in grado di fare breccia anche tra le fasce di pubblico più giovani, che ascoltano metalcore o deathcore per esempio. La macchina non si ferma, anzi accelera, con ‘Ghost Notes’ e ‘Beast Of Burdern’, ‘Hate’ e brutalità allo stato puro mentre ‘You Are Not A Hero’ e ‘The New Empire’ sono costruite su robuste linee melodiche e sembrano perfette per scatenare la folla nei pressi delle transenne. La leader se l’è cavata pure al microfono e Helena Kotina è ormai l’ideale ascia di complemento. Hel Pyre e l’ultima arrivata Emmelie Herwegh, già nei Sister Of Suffocation, si sono divise le parti di basso e la bellissima Michael Naydenova è una furia dietro le pelli. L'approccio compositivo è interessante, soprattutto con i primi brani dell'album che esplorano strutture più progressive e variegate. La parte finale invece è maggiormente orientata su pezzi veloci e rabbiosi come ‘30 Seconds e ‘The Call’ che in poco più di tre minuti rinunciano a inutili preamboli e donano ai fan ciò che desiderano ovvero riff aggressivi, stacchi ritmici forsennati e grida abissali. ‘Slave Machine’ possiede quindi tutte le caratteristiche per essere apprezzato dai nostalgici del thrash, che ancora comprano i cd o i vinili e considerano la musica qualcosa di sacro, così come dagli adolescenti, che cercano una forma di trasgressione sulle playlist dei servizi streaming. A qualcuno potrà apparire semplice pubblicare full lenght di questo tipo. Invece ce ne sono pochissimi in circolazione e questo è un motivo ulteriore per non farselo sfuggire.


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