
Negli anni settanta in molti consideravano i Cactus come la risposta americana ai Led Zeppelin. Un’affermazione pesante, profondamente ingrandita dalla stampa dell’epoca, anche se, a volerla dire tutta, non proprio sbagliata, visto il talento smisurato che la band aveva, grazie anche alla grandezza dei suoi interpreti, primo tra tutti il batterista Carmine Appice. Arrivati nel 2026, è proprio il fratello di Vinnie a mantenere alto il nome della band. Tanto alto che per questo disco di sole cover blues, si è circondato di una serie di ospiti mastodontici, con l’obiettivo di divertirsi nel suonare brani con cui è cresciuto da piccolo, ma anche di attirare l’attenzione di curiosi e fan della prima ora. Il risultato di tutto questo è un album semplicemente scolastico, di cui sinceramente se ne poteva fare a meno. Le interpretazioni si rivelano tutte simili agli originali, sebbene in qualche caso ci siano lampi di grande classe, vedi la partecipazione del talentuoso Eric Gales (forse il vero ed unico erede di Jimi Hendrix) nell’opener “Back Door Man Pt. 1 & 2”. Ci sono molte accoppiate strane, tipo Rudy Sarzo e Alex Skolnick o Ted Nugent (grande amico di Appice) e l’ex bassista di Ozzy Bob Daisley, ma questi giochini non hanno portato a nulla di trascendentale. Molto particolare è anche l’utilizzo della voce di Melanie (scomparsa qualche anno fa) che viene fatta cimentare con il grande classico di Hendrix “Purple Haze” che, probabilmente, è il pezzo meno blues del lotto. Per il resto, tra un Ty Tabor che mette il suo solito tocco di classe in “300 Pounds Of Joy” e un Dee Snider, forse, alla sua ultima apparizione su un disco in “The Little Red Rooster”, questo album scorre via senza troppi sussulti, lasciando più dubbi che reali certezze sulla fattibilità di un’operazione del genere.

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