
C’è qualcosa di profondamente viscerale nell’analisi di un disco stoner che valga la pena di ascoltare. Non si tratta solo di musica, parliamo di un’esperienza fisica, quasi tattile. Fin dalle prime note, la chitarra si insinua lenta e pesante, come una colata lavica che avanza senza fretta ma senza possibilità di essere fermata. Il suono è saturo, caldo, avvolgente; sembra riempire ogni spazio, soprattutto quello mentale. L’ascolto diventa presto un viaggio. Le ritmiche ipnotiche, ripetitive ma mai statiche, creano una sorta di trance in cui il tempo perde consistenza. Ogni riff si ripiega su se stesso, si espande, si dilata. La batteria pulsa come un cuore antico, primordiale, mentre il basso vibra in profondità, quasi più percepito che udito. È una musica che ti scava dentro e ciò accade con ‘Here Be Draken’, il terzo lavoro in studio del trio norvegese. Nella tradizione di Truckfighters, appena tornati nei negozi con l’interessante ‘Masterflow’, Dozer e Greenleaf, gli autori di ‘Draken’ e ‘Book Of Black’ hanno saputo rendere il proprio songwriting più personale e raggiungere l’apice in carriera con un singolo devastante come ‘The Great Deceiver’. Un pezzo che lascia emergere il talento chitarristico di Even Helte Hermansen e che unisce l’amore per Kyuss/Queens Of The Stone Age con la riconoscenza per Motorpsycho e Black Sabbath. Nella scaletta, prodotta sotto la supervisione di Kim Lillestøl, spiccano pure ‘Here Be Dragons’ e l’accoppiata formata da ‘Wrath’ e ‘Shirts of Black (F.O.A.D.)’ col vocione di Hallvard Gaardløs e la batteria in tiro costante che si fissano in testa come chiodi. Alla fine dell’ascolto, resta una sensazione difficile da definire. Una miscela di stanchezza e appagamento, come dopo un lungo viaggio o una meditazione profonda. ‘Here Be Draken’ non è un album che si consuma distrattamente; richiede tempo, attenzione, abbandono. Ma se gli si concede tutto questo, restituisce un’esperienza intensa, quasi catartica, che lascia un segno duraturo.


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