
Stiamo tutti per morire e la spettrale copertina di questo album, il quindicesimo degli americani a ventuno anni dalla pubblicazione di ‘Haunted’, ce lo ricorda con drammatica urgenza. In fondo c'è qualcosa di brutalmente rassicurante nel fatto che i Six Feet Under esistano ancora. In un panorama del metal estremo sempre più frammentato tra generi ibridi, scene effimere e band che si sciolgono dopo un EP o qualche singolo, Chris Barnes e compagni continuano a sfornare dischi di death metal grezzo, carnale e senza ambizioni intellettuali di sorta. Come prevedibile, ‘Next To Die’ non desidera rivoluzionare nulla ma si fissa in testa, ed è meglio di quanto molti si aspettassero. Jack Owen è un chitarrista dalle idee chiare, conosce il death metal dalla sua gestazione, ha suonato su dischi fondamentali, e soprattutto sa come scrivere riff che restino in testa senza essere banali. La sua presenza ha rivitalizzato i Six Feet Under in modo tangibile, come si è sentito già su ‘Nightmares Of The Decomposed’ e in modo ancora più convincente su ‘Killing For Revenge’. ‘Next To Die’ è il terzo capitolo di questa nuova era, e rappresenta un nuovo punto creativo elevato per la band. L'album, mixato da Mark Lewis, è essenzialmente diviso in due versanti distinti, quello del death old school e quello del groove, risultando in un lavoro in grado di soddisfare i fan di sempre (‘Mutilated Corpse In The Woods’) ma anche raccogliere consensi tra le fasce di pubblico più giovani. I primi cinque-sei brani dell'album schiacciano sull'acceleratore con un'energia rara nella discografia recente della band (‘Approach Your Grave’ e ‘Mister Blood And Guts’); la seconda parte rallenta i colpi, si appoggia su riff ciclici e sul carisma vocale di Barnes, recuperando il sound che aveva reso ‘Haunted’ e ‘Warpath’ tanto efficaci (‘Skin Coffins’ e ‘Mind Hell’). Non è un concept album nel senso tradizionale, ma c'è una progressione narrativa che funziona. Le chitarre sono state registrate sotto la supervisione di Jason Suecof all'AudioHammer Studios di Sanford mentre le parti gutturali al Criteria Recording Studios di Miami con Chris Carroll. Viviamo in un'epoca in cui lo streaming ha democratizzato l'accesso alla musica, ma ha anche devastato economicamente le band e le etichette medio-piccole. I Six Feet Under sono una band che esiste da oltre trent'anni. Non hanno mai firmato con major, non hanno mai venduto milioni di copie, non hanno mai avuto un singolo in radio. Sono sopravvissuti grazie a un pubblico fedele che ha continuato ad acquistare i loro dischi, andare ai loro concerti e portarli in tour nel mondo. Merita supportarli ancora.


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