
Prima le dichiarazioni antisemite, poi le scuse ufficiali e l’ammissione di problemi di bipolarismo. Poi ulteriori polemiche, compresa quella sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per registrare le voci. Di sicuro tutto questo non fa che prestare il fianco ai media e offrire pubblicità sia ai tour che alle uscite discografiche del rapper originario di Atlanta. Personalmente non l’ho mai amato troppo e ritengo che buona parte della sua discografia sia sopravvalutata, ma allo stesso tempo non posso non ammettere che ho seguito con interesse le varie pubblicazioni perché in termini di produzione hanno da insegnare. Anche ‘Bully’ non è certo da meno. Si tratta del primo album dopo i due volumi di ‘Vultures’, nati dalla collaborazione con Ty Dolla $ign, e ci hanno messo mano pure André Troutman, The Legendary Traxster, 88-Keys e James Blake. La visione di ‘ye’ e ‘Jesus Is King’ si è lentamente trasformata in una cura maniacale per il beat e in una serie di pezzi molto brevi, lineari e lontani dal massimalismo aggressivo di una volta. ‘KING’, ‘THIS IS A MUST’ e ‘FATHER’, col featuring di Travis Scott, faranno stragi nelle playlist di settore, anche solo per i nomi coinvolti, mentre ‘Punch Drunk’ è l’episodio più old school e ‘CIRCLES’ permette a Don Toliver dominare la scena su un campione di ‘Huit Octobre 1971’ dei Cortez. Non mancano poi le divagazioni nel soul e nel gospel con ‘Sisters And Brothers’, ‘DAMN’ e la title track, che vede CeeLo Green protagonista. Una lista crediti eterogenea che non influisce sull’omogeneità del materiale, sebbene a tratti si percepisca qualche scelta non propriamente centrata. Farà discutere e questo sarà sufficiente ad accumulare altro denaro.

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