
In trent’anni di carriera, i The Quill hanno sempre mantenuto alta l’asticella delle aspettative e della qualità del songwriting. Con “Master Of The Skies”, undicesimo capitolo del loro lungo viaggio artistico, gli scandinavi centrano nuovamente l’obiettivo. Questo platter, probabilmente, è meno immediato rispetto ai precedenti, visto che la band si concentra moltissimo sulle parti psichedeliche e “jammate” che danno risalto al loro profondo amore per i Black Sabbath che viene fuori in tutto il suo splendore con la titletrack. Mai come in questo caso la voce di Magnus Ekwall, da sempre accostato al primo Chris Cornell, ricorda quella del compianto Ozzy Osbourne. A questi momenti cupi fanno da contraltare piccoli intermezzi da un minuto e mezzo che danno respiro all’ascoltatore (“Son Of Light” e “Now You’re Gone”) che anticipano sempre delle bordate di suoni e chitarre che rimangono un bel piacere per chiunque ami questo genere di sound, ancorato ai seventies e pieno di melodie accattivanti. A proposito di quest’ultime fa il suo effetto piacevole l’ottima “Dark City” che ha tutto ciò che serve per essere un singolo di successo grazie ad un ritornello che lascia il segno. Per il resto ci si immerge in conversioni sabbatiche con tanto di squarcio acustico alla Pink Floyd (“You Can Not Kill My Soul”) e in jam scure e profonde che trovano la loro massima esemplificazione in “Mastodon”. Quest’album va scoperto con serenità e con una attenzione doviziosa ai particolari, perché al primo e secondo ascolto può lasciare interdetti. Se poi si riesce ad entrare nel mood creato dai The Quill se ne riusciranno a capire sfumature di qualità e rifiniture cesellate di pregio che trovano nella tellurica “If Tomorrow Never Comes” la loro massima esemplificazione. Come sempre questi ragazzi rappresentano l’inno alla qualità.

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