
Sei anni dopo ‘The Great Dismal’, la band shoegaze di Domenic Palermo si riaffaccia sul mercato con una sezione ritmica tutta nuova, formata dal bassista Bobb Bruno (Best Coast) e dal drummer Zachary Jones (Manslaughter 777), e con Cam Smith come secondo chitarrista. Questo nuovo album è stato pensato come se fosse l’ultimo. Magari non sarà così, ma buona parte della scaletta sa tanto di chiusura di un percorso o di capitolo finale. Dall’uscita di ‘Guilty Of Everything’ alla collaborazione con i Full Of Hell, Palermo continua a muoversi nel limbo tra Slowdive e My Bloody Valentine, tra pezzi nostalgici ad altri che divagano a volte nell’industrial o nel noise rock (‘toothless coal’). ‘A Short History Of Decay’ è stato prodotto dal leader assieme a Nick Bassett, il controverso chitarrista dei Whirr che aveva militato in passato come bassista pure nei Nothing, ‘cannibal world’ e ‘the rain don't care’ sono gli apici di un ascolto che scava dentro e non lo fa solamente con pezzi di stampo classico, ma anche con esperimenti come ‘purple strings’, con l’arpa di Mary Lattimore a trasformare la traccia in qualcosa di etereo e orchestrale. ‘A Short History Of Decay’ non è un disco che si consuma facilmente, e forse non è nemmeno un disco che si ama nel senso convenzionale del termine. È qualcosa che si sopporta; assomiglia meno a un album e più a un referto, una cartella clinica del malessere contemporaneo redatta con chitarre scordatissime e una cura artigianale quasi paradossale. Eppure, è proprio in questo paradosso che risiede il valore del disco. Perché il decadimento, come ci insegna anche la biologia, non è la fine — è trasformazione. Lo shoegaze dei Nothing non è mai stato nichilismo puro; è sempre stato nichilismo con un senso estetico troppo sviluppato per arrendersi davvero. Si fa del proprio dolore una cosa bella, e quella bellezza è già una forma di resistenza. Così si spiega un risultato finale imperfetto e pieno di fascino.


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