
Ci sono dei dischi, soprattutto quando si parla di concept album, che non possono essere toccati e che non hanno alcun bisogno di sequel. Lavori come “The Wall”, “Tommy” o “Quadrophenia”, tanto per citarne proprio tre a caso, sono immortali non solo per la propria recondita bellezza, ma anche perché gli autori non li hanno mai voluti toccare con prosecuzioni che ne avrebbero fatto perdere magia ed eternità artistica. “Operation Mindcrime” è uno di quei dischi unici, che hanno fatto la storia del metal e non solo, su cui però c’è stato l’accanimento, quasi terapeutico, del suo autore che ha voluto ostinatamente dare una continuazione a quanto proposto a fine anni 80. Nel 2006 il mondo accolse con tepore “Operation Mindcrime II”, a firma Queensryche, che non raggiunse le vette del suo predecessore, ma che, comunque, aveva al suo interno delle canzoni di tutto rispetto. Inoltre, la presenza come ospite di Ronnie James Dio, nel ruolo di Dr. X fu come manna dal cielo per la band e per i fan. Ora, rotto il connubio con i suoi storici compagni di formazione, Tate, per la terza volta, ha rimesso mano all’opera madre, raccontandoci il concept dal punto di vista del malefico Dr. X. Un’operazione, di per sé, molto intrigante, ma che, purtroppo, si scontra con un’ispirazione davvero modesta che lascia sbigottiti. La produzione di John Moyer dei Disturbed, inoltre, non ha portato alcunché da nessun punto di vista e questo è un altro “minus” da aggiungere a quanto scritto. Le canzoni, dalla prima all’ultima, sono debolissime, di difficile lettura e non hanno una melodia, dicasi una, che possa essere ricordata e fatta propria. È chiaro, che un paragone con l’opera madre (ma anche con la sua prima costola del 2006) è davvero arduo (si è buoni ad usare tale aggettivo, soprattutto per il curriculum vitae di un mostro sacro come Tate) da realizzare. Probabilmente, se non si fosse chiamato “Operation Mindcrime”, l’album, uscito in maniera autonoma, non avrebbe trovato terreno fertile da nessuna parte. La verità, probabilmente, è che lo split tra Queensryche e Tate, oltre all’abbandono delle scene musicali del buon Chris De Garmo, non ha giovato, sostanzialmente, a nessuno. Però quel che è rimasto dei 'Ryche, in ogni disco uscito con il valido Todd La Torre alla voce, è ancora in grado di piazzare almeno tre o quattro brani che riportano con l’immaginazione ai tempi meravigliosi che furono. Al buon Tate, invece, tutto ciò non riesce ed è questa, probabilmente, la più grigia fotografia che se ne può ricavare dello stato artistico di un musicista che sembra aver smarrito la bussola da ormai troppi anni.

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