
‘Palimpsest’ è stato uno degli album che ho ascoltato di più in assoluto negli ultimi anni. Un capolavoro senza tempo che mi ha avvicinato ancora di più alla musica ed all’approccio eccentrico dei canadesi. Un album inclassificabile dal punto di vista stilistico così come lo è il suo successore. Sono trascorsi sei anni ed i Protest The Hero sono più assurdi che mai. 'Within' è il primo disco pubblicato in totale autonomia, senza etichetta discografica, dopo anni di complicazioni contrattuali e diritti ceduti su materiale passato. Non è un dettaglio da poco, perché questa libertà si percepisce in ogni singolo minuto delle otto tracce che compongono il lavoro. Concettualmente il disco vede i canadesi concentrarsi sulla dimensione interiore: pensieri, emozioni, convinzioni, e su come le forze esterne, sociali, personali o politiche, finiscano per lasciare un'impronta duratura dentro di noi. Dal punto di vista musicale restano una creatura difficile da inquadrare: un gruppo di progressive metal iper-tecnico, ma con radici punk profondissime, sormontato da una voce, quella di Rody Walker, capace di virare dall'aggressività più cruda a un lirismo quasi operistico. 'Within' apre con ‘Mouthpiece’, singolo costruito su riff frenetici, ritmiche che cambiano continuamente forma e un ritornello fra i più immediati mai scritti dalla band, il tutto al servizio di un testo tagliente contro le divisioni ideologiche costruite ad arte. È un pezzo che parte dall'esterno, dal rumore del mondo, prima che il disco si volti verso l'interiorità. ‘Fishhook’ prosegue trascinando l'ascoltatore dentro il concept, mentre l'interludio strumentale ‘i. above’ introduce per la prima volta gli arrangiamenti orchestrali firmati da William Lamoureux, che non rappresentano un semplice riempitivo ma fanno da vero e proprio ponte emotivo fra un brano e l'altro. È uno degli elementi che segnano l'evoluzione produttiva più evidente rispetto al passato: la componente sinfonica, già accennata in 'Palimpsest', qui viene integrata con più cura, meno decorativa e più strutturale. Tra i momenti migliori spicca senza dubbio ‘Grandfather's Axe’, che alterna sezioni di violenza ritmica quasi hardcore a passaggi melodici di grande respiro, dimostrando ancora una volta quanto la band riesca a tenere insieme tecnica e songwriting senza che l'una schiacci l'altro. Altrettanto speciale ‘The Orchard’, che lavora su atmosfere più oscure e stratificate, e ‘Liberty Spike’, forse il brano più diretto e "punk" del disco, un pugno breve ma fortissimo. Il vero capolavoro, però, arriva in chiusura con ‘The Mariner’: quasi sette minuti e mezzo che riassumono tutto ciò che rende 'Within' incredibile, un crescendo epico con momenti di quiete quasi cameristica e esplosioni di potenza brutale, chiamati a chiudere il disco con un senso di viaggio compiuto. Le chitarre, registrate in Colorado sotto la supervisione di Derya Nagle (Good Tiger), hanno un suono più organico e meno chirurgico rispetto al passato; le voci, curate da Milen Petzelt-Sorace nello studio casalingo di Walker in Ontario, risultano più intime e sfumate; basso e batteria, affidati al fidato collaboratore Cameron McLellan, mantengono quella pesantezza ritmica che è da sempre marchio di fabbrica del gruppo. Il mixaggio, infine, è stato affidato a Adam "Nolly" Getgood (Periphery, Haken, SikTh) per un disco che rinuncia in parte all'eccesso fine a se stesso per abbracciare una coerenza tematica ed emotiva superiore, senza però smarrire l'identità che ha reso i Protest The Hero una realtà unica del panorama progressive metal mondiale. Sei anni di attesa, alla fine, sono valsi decisamente la pena.


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