
Dopo tanti anni non è semplice specchiarsi e riconoscersi. Passa il tempo, passano le mode, i rapporti personali si frantumano e ne nascono di altri. Il successore di ‘The Other Side Of Make-Believe’ poggia sull’introspezione e su una forte componente di alienazione e isolamento. L’aspetto più interessante, soprattutto per chi conosce il catalogo degli Interpol, è che Paul Banks ha messo insieme immagini in apparenza scollegate creando una sorta di monologo mentale. Lo specchio è al centro di tutto, in una società dominata da tecnologia, sorveglianza e perdita della propria intimità. L’altro grande tema dell’album è la difficoltà di comunicare. Il mondo esterno tace eppure il grido degli Interpol arriva ancora fortissimo. Nei mesi scorsi sono tornati in Italia in forma splendida e queste nuove registrazioni riflettono un mood positivo e il desiderio di determinare come all’epoca degli esordi. A pubblicare è la Partisan Records di Tim Putnam, etichetta tra gli altri di John Grant, Idles, Fontaines D.C., e già questa è una garanzia. Per la prima volta dai tempi di ‘El Pintor’, gli Interpol sono tornati in studio a New York e hanno affidato la produzione a Andrew Wyatt (Liam Gallagher, Dua Lipa), con l’ottica di ottenere sonorità quanto il più possibile ipnotiche e una inedita profondità degli arrangiamenti. Così è effettivamente, tanto che non riesco a togliere l’album dallo stereo da giorni e questo per certi versi sorprende. Viaggio con la mente, ripenso all’epoca in cui esplosero ‘Turn On The Bright Lights’ e ‘Antics’ e mi sembra passata una vita. ‘Iron City’ e ‘Wounded Soldier’ rafforzano l’idea di una line-up che non era mai stata così solida, con il tastierista Brandon Curtis e il bassista Brad Truax sempre più coinvolti, mentre ‘Ever The Actor’ e ‘Wake Up’ portano in dote un'energia insolita, con ritmiche che strizzano l'occhio ai Talking Heads senza mai perdere quel nervosismo elegante che è da sempre la cifra stilistica della band. 'Enemy' rallenta i battiti con un pianoforte sospeso che ricorda certe atmosfere di Nick Cave, mentre 'The Bird And The Serpent' contrappone un ritmo duro a fiati armoniosi. Serra le fila 'Sudden', ballata che suona come una confessione tardiva, forse la canzone più sincera che Banks abbia mai scritto. 'This Mirror Weighs A Ton' non rincorre il passato né lo rinnega. E’ semplicemente un album adulto e maturo, che restituisce fiducia in una formazione ancora capace di trascinare i sensi di chi ama la vera musica, ma soprattutto di guardarsi allo specchio senza paura.
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