
Kid Bookie è molto simpatico. Versatile e simpatico. È passato dai primi mixtape ‘Some Kind Of Hate’ e ‘You'll Rate Me When I'm Dead’, quando ancora bazzicava i locali del Sud Est di Londra, ad un sound personale e evocativo, in grado di abbracciare il rap classico così come l’alternative hip hop e la trap metal. Già dal titolo, ha compiuto un passo indietro rispetto al precedente ‘Songs For The Living/Songs For The Dead’, che ne aveva segnato la maturazione artistica, recuperando le proprie radici e gonfiando la lista dei crediti con una serie di nomi illustri. Avere su disco personaggi come Corey Taylor degli Slipknot e Rose McGowan, indimenticabile in Grindhouse, porterà sicuramente dei vantaggi dal punto di vista promozionale e il potenziale delle due tracce è notevole. La produzione è stata curata assieme a Ziey Kizzy con contributi da parte di Sid Wilson, appena uscito in maniera turbolenta proprio dagli Slipknot, e di Romesh Dodangoda (Bring Me The Horizon) e tra gli ospiti spiccano pure Lady Leshurr, Shona McGarty e Kate Nash. Non sono mai featuring fini a sé stessi ma sempre calcolati e funzionali alla composizione. L’idea è quindi di costruire una comunità di persone, dove il pubblico e gli artisti si intrecciano di continuo. Una connessione intima, anche quando le liriche si fanno aggressive e scomode, un po’ in controtendenza con i prodotti multiplatinati e puliti all’inverosimile delle stelle dell’hip hop moderno. ‘Cheaper Than Therapy II’ forse non verrà ricordato per un singolo in grado di fare miliardi di visualizzazioni su Spotify o Tik Tok ma è un disco coeso, potente e visionario. Kid Bookie sceglie di non inseguire le regole di un mercato che premia la formula e la ripetizione, e preferisce mettere sul tavolo ciò che è ovvero un artista capace di passare dalla rabbia alla fragilità, dal beat più pesante al ritornello più melodico, senza perdere mai il filo del discorso. La tracklist scorre con una naturalezza rara per un progetto così ricco di ospiti e di sfumature, e ogni brano sembra avere una ragione precisa per esistere. Si sente la mano di chi ha imparato a trasformare il disagio in materia creativa, e proprio per questo il titolo, tra ironia e verità, non suona affatto come una provocazione gratuita. Anche quando i toni si fanno cupi, c’è sempre un’apertura verso l’ascoltatore, un invito a riconoscersi in quelle ferite e a sentirsi meno soli. Una delle voci più interessanti e autentiche della scena britannica contemporanea.

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