
C’è qualcosa di perverso e affascinante nel modo in cui Kasper Deichmann, mente e anima del progetto St. Digue, riesca a trasformare la propria neurodivergenza e le nevrosi affettive in uno spietato parco giochi sintetico. Tanto da sorprendermi almeno quanto è riuscita a farlo, in ambiti sonori completamente differenti, Ditte Krøyer. ‘Secret Language’ è il terzo capitolo discografico dell’artista danese: nove tracce massimaliste che prendono la darkwave tradizionale e la scaraventano contro un muro di industrial rock, raccogliendo i cocci stilistici per farne arte pura. Fin dai primi minuti l’album si mostra infatti come una vera e propria opera d’arte contemporanea (e il video di ‘Down Below’, girato assieme a Mariam Zakarian, è la riprova definitiva). L’approccio compositivo è legato a un codice cifrato fatto di sensualità gelida, rabbia repressa, lacerante malinconia e una devozione al limite dell'autolesionismo. È l’amore vivisezionato con la precisione di un chirurgo e la disperazione di chi sa che le relazioni sono, in fondo, l’esperienza più alienante e meravigliosa che possa capitare a un essere umano. Dal punto di vista della produzione – curata dallo stesso Deichmann, con il mixaggio di Oliver Nehammer e il mastering di Marcus Ferreira – l’album suona potente, stratificato e scevro da compromessi. ‘Relapse’ e ‘Down Below’ dimostrano come l'unione tra la freddezza del punk/metal e le atmosfere eteree della darkwave possa creare dinamiche devastanti (‘Bender’ e ‘Meltdown’, che vede la partecipazione del polistrumentista Zeki Jindyl). Un album tagliente, ironicamente drammatico e profondamente empatico, dedicato a chiunque abbia mai cercato di comunicare i propri abissi a qualcun altro senza trovare le parole giuste. La colonna sonora perfetta per chi ama ballare sulle proprie macerie emotive.


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