
La storia dei Galactic Cowboys è di quelle difficili da raccontare. Dotati di un talento inequivocabile, sono stati in grado di coniare la potenza del thrash metal con le melodie tipiche dei Beatles, estremizzando, sotto certi punti di vista, il solco artistico iniziato dai loro conterranei King’s X. Entrambe le band (ed è questa la cosa buffa e, allo stesso tempo, incredibile), pur realizzando degli album di pregevolissima fattura, non hanno mai goduto di un successo che sarebbe stato meritatissimo, andando a finire lentamente nel limbo del “vorrei, ma non posso”. Un percorso, dunque, intriso di tante difficoltà che ha portato il quartetto a sciogliersi lentamente e fisicamente. Dopo un buon come back datato 2017 (“Long Way Back To The Moon”), di loro si sono nuovamente perse le tracce, salvo poi ritornare improvvisamente con questo “What Planet Are You From” che è stato finanziato dai seguaci della band. Chiaramente, per non farsi mancare nulla, i texani hanno dovuto anche sopportare una tragedia immane, visto che il loro batterista Johnny Simmons, che aveva il compito di sostituire il grandissimo Alan Doss, è deceduto durante le registrazioni, provocando un altro terremoto all’interno di questa sfortunata formazione. Ad ogni modo, tra mille difficoltà, il nucleo storico formato da Ben Huggins, Dane Sonnier e Monty Colvin è riuscito a portare a termine quest’opera che non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si sapeva sul loro conto. Parliamo di musica di pregevole bellezza nella quale si fondono la potenza del metal con quelle melodie vocali alla Beatles o anche alla King’s X che lasciano quel senso di pace che difficilmente si può riscontrare altrove. Ed allora ecco che stilettate come la titletrack o la potentissima “Out Of The Darkness” rappresentano quello che è il loro manifesto artistico. L’album viaggia che è un piacere tra riferimenti acustici, con tanto di cori gospel (“Find Our Way Home”), e altri puramente alla Black Sabbath (“Love Rehab”). Colvin e Huggins si dividono in parti uguali il cantato e ciò è un altro legame fortissimo con il passato. Ci sono momenti anche spassosi, vedi “Jazzed Odd Horsey Revisited” a cui fanno da contrasto pezzi di spinta che sarà bello vedere suonare dal vivo (“Trainwreck” e “Mr. Knowitall”) o quelli in cui gli intrecci vocali ti lasciano senza fiato (“I Can’t Let Go”). È evidente che i cowboys galattici hanno voluto incidere questo lavoro con il chiaro scopo di divertirsi e rendere felici quei fan incalliti che li seguono da sempre. Il tutto, però, è avvenuto senza voler cambiare l’ordine delle cose verso il quale si sono arresi da tempo.

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