
Josh Homme è un genio. Per anni è stato considerato il responsabile della fine dei Kyuss e dell’evoluzione della musica stoner, a partire dalle Desert Sessions al Rancho de la Luna e dai primi dischi dei Queens Of The Stone Age. È stato considerato più per la sua vita dissoluta, per l’attitudine da divo e lo stile chitarristico inconfondibile che per quello che ha realmente apportato alla scena rock internazionale. In fondo anche lui ci ha messo del suo. Comportamenti fuori dalle righe, menefreghismo nei confronti di buona parte degli addetti ai lavori e un approccio al pubblico spesso contraddittorio. I fan dei System Of A Down se ne sono resi conto nell’ultima data di Milano. Un set polveroso e potente nel tardo pomeriggio, spalle alla folla e saluti a tutti. Quello che però traspare dal successore di ‘In Times New Roman..’, prodotto dallo stesso leader assieme a Michael Shuman, è una tensione compositiva fuori dall’ordinario. Un disagio mentale e emotivo che si riflette in nove canzoni micidiali. Forse le più oscure mai scritte dalla band. Josh Homme è invecchiato, incazzato con tutti. Ormai lontano dall’epoca irriverente di ‘...Like Clockwork’ quando voleva dimostrare al mondo di essere la più grande rockstar vivente. É uscito dalle catacombe di Parigi e se n’è venuto fuori con una serie di riff sporchi e leggendari, melodie stranianti e refrain coinvolgenti. la prospettiva è cambiata radicalmente. Il suo percorso umano ha attraversato tempeste personali devastanti, battaglie legali dolorose, problemi di salute e una ridefinizione totale di sé stesso. Questo nuovo lavoro non cerca il consenso immediato, non strizza l'occhio ai passaggi radiofonici facili e non insegue il groove che aveva reso irresistibili capitoli discografici come ‘Songs For The Deaf’ e 'Villains'. Al contrario, scava in una voragine di vulnerabilità e rancore, trasformando il dolore in materia sonora densa, quasi irrespirabile. Musicalmente, il disco si muove su coordinate che fondono il blues desertico delle origini con un nichilismo metropolitano e spigoloso. Le chitarre non sono più semplici veicoli di riff mastodontici e ipnotici; qui graffiano, stridono, aprono voragini improvvise nel tessuto ritmico. La sezione ritmica, guidata dalla precisione chirurgica e viscerale di Jon Theodore e dalle linee di basso ipnotiche di Michael Shuman, costruisce una struttura portante solida ma perennemente in bilico sul baratro. Ogni traccia sembra sul punto di dissolversi da un istante all’altro ed è tenuta insieme solo da un senso di urgenza che non ammette repliche. ‘It’s Only Love’ e ‘Where The Goth Girls At?’ fanno incazzare anche noi, che ci chiediamo perché non siano state pubblicate prima. La reprise di ‘Sunday’, incisa oltre dieci anni fa con Dean Fertitia e Iggy Pop per ‘Post Pop Depression’, è spettacolare ma anche episodi come ‘Phantom Limb’ e ‘Easy Street’ schiantano da soli il novanta per cento dei singoli che trovate sulle playlist degli odiati servizi streaming che monopolizzano il mercato. Negli ultimi dieci anni, il panorama rock mondiale ha faticato a trovare opere capaci di coniugare una simile densità autoriale con una tale forza d'impatto strumentale. Molti si sono rifugiati nel revival nostalgico o nella glaciale perfezione di produzioni senz'anima. I Queens Of The Stone Age, al contrario, scelgono la strada più impervia: sporcarsi le mani, mettere in piazza le proprie fragilità e suonare come se ogni nota fosse l'ultima a disposizione. È proprio questa autenticità feroce a rendere il disco uno dei vertici assoluti del rock contemporaneo. Non un esercizio di stile, non una celebrazione nostalgica dei fasti passati, ma un pugno nello stomaco assestato con la grazia decadente di chi ha visto l'inferno e ha deciso di scriverci sopra una melodia memorabile. Josh Homme potrà anche continuare a fare arrabbiare i puristi e a spiazzare il pubblico con i suoi modi sferzanti, ma di fronte a una prova di tale spessore artistico, l'unica risposta possibile è il silenzio e l'ascolto devoto.


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