
‘In Times New Roman..’ è un altro gran disco della band guidata da Josh Homme. Magari non sarà il migliore in carriera o il disco che segnerà una svolta per il genere, ma è fastidioso come i capolavori che tutti conosciamo. Ogni canzone, dal singolo ‘Emotion Sickness’ che ha fatto commuovere in molti alla totale ‘Made To Parade’, è caratterizzata da colpi di scena, stacchi ritmici improvvisi, passaggi noise e fucilate melodiche che non danno scampo. Nella presentazione si legge di un’opera cruda, a tratti brutale, e non consigliata ai deboli di cuore e fa sorridere perché non parliamo di una realtà di nicchia ma di una formazione capace di far saltare per aria anche arene di settanta-ottanta mila persone. L’ex-Kyuss ci insegna che bisogna saper guardare sotto le cicatrici e scoprire l’esperienza delle vite che abbiamo vissuto in precedenza ed alla fine questo è anche un manifesto della storia dei Queens Of The Stone Age, un gruppo che saputo ribaltare il movimento stoner e farlo diventare mainstream, poggiandosi sulle regole del rock e del punk. ‘Paper Machete’ e ‘What The Peephole Say’ sono perfette come temi principali di quelle serie televisive macabre e pulp che ci piacciono tanto mentre ‘Time & Place’ richiama alla mente ‘Villains’ e ‘Straight Jacket Fitting’ tira le fila con nove minuti di trip psichedelico ed aggressione al turbato profilo interiore che c’è dentro di noi. Troy Van Leeuwen è un chitarrista troppo figo per non stare accanto a Homme e Jon Theodore si conferma uno dei migliori batteristi rock in circolazione. Alle registrazioni, svoltesi tra i Pink Duck Studios di Burbank e gli Shangri-La Studios di Malibu, hanno messo mano anche Rick Rubin e Mark Rankin ed il basso di Michael Shuman è in costante primo piano nel mixaggio finale.


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