
Dopo una produzione sopra le righe come quella di ‘EBM’ e un magnifico album solista – quel ‘There Is Nothing in the Dark That Isn't There in the Light’ che da dicembre scorso non ho mai smesso veramente di ascoltare, Tom Smith ha diretto la propria band verso le origini con una manciata di ballate malinconiche e notturne e la chitarra in primo piano nel mix. 'Surface, Echo & Sound' si presenta fin dai primi secondi come un lavoro di pura sottrazione, un cambiamento sostanziale rispetto all’impatto sintetico e alla muscolarità electro-industrial che avevano caratterizzato la collaborazione con Benjamin John Power (Blanck Mass). Se quel capitolo discografico rappresentava l'espansione massima di un approccio più commerciale volto alla scoperta del potere oscuro e contagioso dei rave nordeuropei, questo nuovo album sceglie di muoversi nella direzione opposta: rientrare tra le mura intime di una stanza illuminata soltanto dal bagliore fioco dei lampioni stradali, dove ogni vibrazione di corda trova lo spazio necessario per risuonare fino in fondo. La virata non è una mera operazione nostalgia per i tempi di 'The Back Room' o 'An End Has a Start', quanto piuttosto la naturale conseguenza di un percorso umano e artistico maturo. Se avete presente la sensazione che si prova quando si pone la mano su un vecchio tavolo in una mostra d’antiquariato per analizzarne la superficie, accade la stessa cosa. L'esperienza solista di Smith ha agito da catalizzatore, liberando la scrittura dai formalismi e dall'ansia di prestazione legata al grande impatto sonoro. In 'Surface, Echo & Sound', la chitarra torna a essere l'architrave narrativo su cui si poggiano storie di assenze, echi di memorie mai del tutto sopite e bilanci esistenziali. Non ci sono riempitivi né concessioni al facile ritornello da stadio: la produzione punta su una dinamica ariosa, lasciando che il riverbero e il peso specifico di ogni singola nota traccino la mappa emotiva dell'opera. Fin dalla traccia d'apertura, l'atmosfera si fa densa, avvolgente. Le linee di chitarra si intrecciano a trame ritmiche essenziali ma impeccabili, creando un tappeto sonoro su cui il cantato può stendersi in tutta la sua versatilità. Il suo timbro baritonale, affilato ed espressivo come non mai, oscilla tra una delicatezza quasi sussurrata e improvvise impennate drammatiche, senza mai risultare sovraccarico. In un'epoca dominata dalla frammentazione dell'ascolto e dalla ricerca compulsiva del singolo immediato, gli Editors mettono a segno un disco organico, che richiede tempo e dedizione per essere assimilato appieno. È un lavoro che svela le proprie carte un po' alla volta, ascolto dopo ascolto, rivelando sfaccettature nascoste e armonie inaspettate sotto la superficie apparente della sua semplicità. ‘The Rush’ e ‘Much Love’ poi sono fuori categoria.
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