The Singers
Italia
Pubblicato il 29/10/2011 da Lorenzo Becciani

Come sono nate le canzoni di 'The Room Went Black'?
Tutte le canzoni di 'The Room Went Black' racchiudono di base un’unica immagine. Può essere qualsiasi cosa che colpisca la sensibilità di ognuno di noi (scriviamo tutti e quattro, siamo abbastanza intercambiabili con gli strumenti). Di solito arriva prima lo scheletro armonico, più spesso solo il “mood” del pezzo per così dire, e poi piano piano ci costruiamo sopra. Comunque non c'è una regola. Di solito sono Vicky e Giulio a tirar fuori le idee, Andrea di solito trova l’ambiente giusto in cui muoversi e Matteo lo punteggia a dovere. Strutturato il brano, tutti insieme arrangiamo. Non è tanto per dire, ma dentro al disco ci siamo davvero tutti e quattro. Per noi l'arrangiamento è un momento sacro, a casa di Vicky abbiamo la nostra sala prove acustica, sede di scrittura e brainstorming. Solo dopo che la canzone funziona in acustico passiamo all'elettrico in studio. Se il pezzo non funziona chitarra e voce, non funziona e basta. E si ricomincia.

 
Di quale stanza stiamo parlando?
Della tua stanza preferita. Di quella in cui ascolti la musica in silenzio, o di quella in cui ti rifugi quando non ne puoi proprio più di tutto il resto. Della stanza che ti consola, che ti protegge, che ti tiene lontano dal mondo esterno. Il fatto che diventi buia (o scura, o meglio, oscura) non necessariamente racchiude una sensazione negativa. Magari malinconica, ma nel disco non c’è paura del buio. L’oscurità di per sé non è detto che sia sinonimo di male. Ci si riposa al buio, si ama con gli occhi chiusi, si ascolta se stessi in penombra. La musica poi, non è una cosa che si guarda. Quando cala la vista per mancanza di luce, gli altri sensi si esaltano. Come ci piace dire spesso: la stanza si oscura ogni sera, ogni volta che si torna a casa. Ogni notte che un'idea nuova ti viene a far visita. Quello è il momento in cui parla la musica. E se chiudi gli occhi la senti meglio.
 
Quanto tempo avete impiegato a comporle e registrarle?
Abbiamo finito di scriverlo in sette-otto mesi circa, diciamo dalla primavera a fine ottobre dello scorso anno. Poi l’abbiamo suonato un po’ per intero, e quindi siamo entrati in studio (al Trafalgar Recording Studio di Roma). Il lavoro è andato avanti per altri tre mesi, dalla prima nota registrata al mastering fatto a Londra. 
 
A quali dischi vi siete ispirati in termini di produzione?
La produzione, così come in parte la scrittura, ha preso spunto da tutto quello che ascoltiamo o abbiamo ascoltato in vita nostra. Non è per essere vaghi, ma davvero, non è così semplice ridurre tutto a qualche nome. Se proprio dovessimo, e strettamente per la produzione di alcuni dei suoni, diremmo sicuramente "First Impressions of Earth" degli Strokes, "Wolfgang Amadeus Phoenix" dei Phoenix, "High Violet" dei National, ma anche qualcosa da "My Favourite Worst Nightmare" degli Arctic Monkeys o addirittura da "For Emma, Forever Ago" di Bon Iver. E poi anche Smiths, Police, The Cure, Talking Heads, e ovviamente Beatles (la coda della traccia che apre l'album, "The Road", è un tributo piccolo piccolo agli esperimenti con cui si divertivano McCartney e George Martin). Poi, ognuno ci sente dentro quello che riconosce più suo.
 
Come siete entrati in contatto con Tim Debney?
Molto semplicemente, mentre eravamo in produzione si faceva sempre più viva in noi la convinzione di portare le tracce mixate all'estero per il mastering. Non per fare per forza gli esterofili, ma più che altro per confrontarci con una realtà diversa da quella italiana, già dal mastering. E forse anche perché era un buon pretesto per concederci un bel viaggio di fine lavori. Abbiamo vagliato varie possibilità - anche di arrivare fino a New York - ma alla fine quando abbiamo parlato la prima volta con Tim al telefono ci ha conquistati subito. Non solo per il suo curriculum di sound engineer - ha lavorato con Killers, Decemberists, British Sea Power - ma anche perché ci ha mostrato da subito che aveva capito cosa volevamo per l'album. Di lì all'arrivo ai Fluid Studios di Londra il passo è stato davvero breve. Ed è stata giusta anche la scelta di essere tutti e quattro presenti al momento del mastering. Un'esperienza incredibile, che ci ha fatto crescere ulteriormente come band e come musicisti.
 
L'influenza madre è quella dei Beatles ma anche Artict Monkeys e The Strokes sembrano riferimenti importanti. Ci sono altri gruppi che volete citare?
La lista sarebbe infinita. Prima di essere musicisti, siamo accaniti consumatori di musica. E abbiamo anche gusti a volte molto diversi tra di noi. Magari, dato che non l'abbiamo fatto prima, val la pena citare qualche gruppo italiano che ascoltiamo e seguiamo con attenzione, come ad esempio Verdena, Ministri, Dente, Il Genio, Le Luci Della Centrale Elettrica, Thank You For The Drum Machine e tanti altri.
 
Ho la netta sensazione che se “Dance! Dance! Dance! (Hit The Floor)” uscisse come singolo in Inghilterra farebbe il botto. Cosa manca alla nostra scena per risultare altrettanto competitiva?
Ovviamente noi speriamo tanto che accada. Quanto a casa nostra, attualmente la scena indipendente è finalmente nuovamente interessante e piena di idee. Peccato che in pochissimi abbiano voglia di ascoltarle, queste idee. Un po' per le risorse, un po' per gli spazi (ma siamo anni luce avanti a qualche anno fa), ma soprattutto perché questo Paese sembra condannato alla crescita-zero. Che si parli di soldi o di cultura - musica, in questo caso - non c'è nessuno che abbia voglia di dire ai ragazzi «ascolta questo, e dopo pensaci su». Siamo così conservatori che l'erba del vicino per noi non è migliore della nostra, è solo... diversa dalla nostra. E si sa cosa pensa la maggioranza di noi del "diverso". Chi se ne frega, non lo capisco, non mi appartiene. Con la musica è lo stesso. Sempre le stesse cose, fino alla noia. Eppure. Abbiamo una tradizione musicale che altri paesi oggi più avanti di noi si possono solo sognare. E invece restiamo legati solo a quello che ci fa comodo ascoltare. Lo stesso vale per la lingua. Siamo l'unico posto nel mondo che non ha accettato l'inglese come seconda lingua per la musica. L'italiano è una lingua meravigliosa, e proprio per questo pensate a cosa può fare una mente che pensa in italiano quando traduce quelle immagini in un linguaggio universale, che tutti possono capire immediatamente.
 
Di cosa parlano “Gods To Surrender” e “I Bet Ya (Chakka-Chakka)”?
"Gods To Surrender" parla di quel momento nella vita di ognuno di noi in cui tutto sta davvero andandosene a fare in culo. Mentre scrivevo il testo pensavo ovviamente a quello che mi stava accadendo in quel periodo, e avevo questa immagine di un equilibrista con troppe cose tra le mani da tenere diritte, o ferme, o intatte. Mi piaceva allo stesso tempo l'immagine del sole che nasceva e che bruciava chi si fosse trovato troppo vicino, perché lento, o incapace di sistemare tutto in tempo. Gli dei del titolo ai quali ci si arrende sono i casini della vita, le cose più grandi di noi. Io, personalmente, mi sono arreso. "I Bet Ya" è un pezzo di odio profondo e un po' sarcastico invece. L'indirizzo della persona destinataria dell'odio è "customizzabile". Ce n'è tante, basta scegliere.
 
In generale cosa vi piace tramettere con le vostre liriche?
Sembrerà una cagata poetica, ma la risposta è "un frammento". Cioé non un fiume di lacrime, ma solo una lacrima. Vice versa, non una fragorosa risata, ma giusto un sorriso. Le sensazioni che hanno ispirato i testi sono spesso volubili, sfuggenti. Come i vicoli più nascosti della nostra città, Roma. Puoi fare la stessa strada un milione di volte, non sarà mai la stessa. Ecco, per noi 'The Room Went Black' è un disco di dettagli. Vale per la musica, e vale per le parole.
 
Dove avete scattato la foto della copertina?
La foto di copertina è opera del nostro "batteraio matto", Matteo Caminoli. E anche qui, a proposito di "istanti", quella foto è stata scattata a Roma, mentre era sotto la neve (cosa più unica che rara). Per non svelare tutto, diciamo che quella scalinata si trova al Gianicolo. Facciamo così: chi la trova e ci manda una foto che lo ritrae su quella scalinata vince un singolo di Dance!
 
Quali sono i vostri piani adesso?
Stiamo suonando parecchio in giro, molto a Roma, ma anche fuori. Siamo contenti perché le richieste davvero non ci mancano. Presenteremo ufficialmente alla stampa "The Room Went Black" tra poco in uno showcase, stiamo lavorando a un EP semiacustico che uscirà in esclusiva per Rockit, e per finire, la nostra "Dance!" è stata selezionata per la colonna sonora di un film indipendente statunitense che si intitola "Turtle Hill, Brooklyn".
 
 

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