
Un album magnifico, in bilico tra post-rock, psichedelia, industriale darkwave. Così il progetto ideato da Marco Campitelli mantiene un legame fortissimo con la Norvegia – che lo ha portato a collaborare con Emil Nikolaisen dei Serena Maneesh - e le sue sonorità eteree ed ancestrali ma si propone allo stesso tempo con un profilo nettamente più internazionale, suoni competitivi con quanto di meglio stiamo ascoltando in questo periodo e un pezzo più avvincente dell’altro per assecondare i servizi streaming. Nei mesi scorsi, i singoli ‘Bodø Dakar’ e ‘Zenith’ avevano anticipato una svolta sonora che si è concretizzata grazie all’aiuto di Amaury Cambuzat (Ulan Bator/Faust) e James Aparicio (Depeche Mode, Mogwai) ed al songwriting ispirato del leader. Al suo fianco troviamo una solida sezione ritmica formata da Mauro Spada e Daniele Di Virgilio con l’obiettivo comune di armonizzare il rumore e renderlo accessibile a tutti. Alcune trame sintetiche sono davvero oscure e alienanti, in altri frangenti invece si percepisce un’urgenza progressive che va un po’ in controtendenza con la passione per il vintage ed al contrario sembra proiettata verso il futuro. Gli arrangiamenti si avvalgono in maniera sapiente dell’elettronica e pezzi come ‘Norwegian Dream’ e ‘Cosmonaut’ sono altri apici di una scaletta che cresce di ascolto in ascolto. L’episodio che però rappresenta al meglio l’evoluzione degli Oslo Tapes è per chi scrive ‘Obsession In The Mother Of All’, come se la materia Ljungblut fosse stata ricoperta di pece e Nine Inch Nails o Massive Attack fossero stati chiamati a dipingere di un’ulteriore gradazione di nero lo scenario sullo sfondo.

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