
A differenza del suo amico/nemico Don Dokken, George Lynch ha preferito nel corso di questi anni stare in silenzio e far parlare la musica con una serie di dischi variegati e multiformi, accompagnati in alcuni casi da veri e propri progetti interessanti come quelli messi in piedi con Corey Glover (Ultraphonix) e con la strepitosa coppia formata da Ray Luzier e Dug Pinnick (KXM). Ora il chitarrista ha deciso di riprendere in mano una delle sue creature più care, ovvero i Lynch Mob che appaiono totalmente rifondati vista la presenza di membri nuovi di zecca tra cui il giovane cantante Gabriel Colòn che ha un approccio vocale molto simile a quello di William Duvall degli Alice in Chains. Ecco, se proprio dobbiamo scrivere qualcosa su “Babylon”, possiamo tranquillamente affermare che si tratta di un ottimo disco rock, moderno e anche alternativo in certi casi come si può notare da “Let It Go” e dalla titletrack che sembrano essere uscite da qualche cantina di Seattle. Ci sono momenti in stile Dokken, vedi la melodica e, allo stesso tempo, potente “Caught Up” che ha un’apertura in sede di ritornello ariosa e interessante. In qualche caso Lynch si specchia troppo nella sua bravura, andando a riprendere in “How You Fall” il riff portante della meravigliosa “Mr. Scary” contenuta nello storico “Back For The Attack”. A volte, poi, rischia anche il plagio quando cita senza troppi sotterfugi il maestro Van Halen e la sua “Panama” con la, comunque, buona “I’m Ready”. Per il resto troviamo un lento di assoluta qualità (“Milion Miles Away”), un paio di soddisfacenti “botte” rock come l’opener “Erase” e la successiva “Time After Time” che hanno il pregio di farci capire che la vena creativa di uno dei migliori chitarristi della sua epoca non sia stata offuscata minimamente nel corso di questi anni. Quello, dunque, che più colpisce è la freschezza di un lavoro che guarda al passato, ma contemporaneamente al presente, pieno com’è di riferimenti a tutto ciò che si è vissuto dagli anni ottanta ad oggi. Il farsi, poi, accompagnare da musicisti giovani è un segnale di grande umiltà e rispetto da parte di questo mostro sacro che continua ad avere dentro il fuoco ardente del rock, a differenza di qualcun altro che da anni non ne imbrocca più una, così da offuscare quanto di buono creato in passato. Ogni riferimento a Don Dokken è puramente voluto!

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