
Ci sono dischi che sembrano arrivare dal passato e altri che, pur pescando dichiaratamente dalla storia, hanno il merito di ricordarci quanto certi suoni siano ancora terribilmente attuali. Il terzo album dei S.U.G.A.R., berlinesi fedeli alla causa del garage punk e del rock’n’roll più sporco, appartiene decisamente alla seconda categoria. Al suo interno troverete otto brani per poco più di ventisei minuti di musica. Il trio va diritto al punto e non mostra alcun interesse a reinventare il rock, e probabilmente sarebbe persino controproducente chiederglielo. ‘III’ fa luce su un mondo fatto di chitarre ruvide, ritmiche asciutte, melodie che si insinuano sotto una superficie volutamente lurida e una voce doppia che sembra arrivare direttamente da un seminterrato pieno di amplificatori maltrattati. Le coordinate sono quelle del punk newyorkese della seconda metà degli anni Settanta, del rock australiano più ignorante e godereccio, del garage e di quella tradizione pub rock che considera la raffinatezza una fastidiosa perdita di tempo. Tra i riferimenti dichiarati compaiono nomi come Leftovers, Fun Things e Lipstick Killers, ma scorrendo la scaletta si avverte soprattutto la voglia di trasformare quelle influenze in qualcosa di fisico, immediato e assolutamente personale. L'aspetto interessante è che, dietro la sporcizia sonora, c'è un songwriting decisamente più solido di quanto la confezione possa far pensare. ‘Roleplay’ apre le danze mettendo subito in chiaro le intenzioni, mentre ‘Volunteer’ e “First Light” giocano con quella combinazione di riff assassini e ritornelli appiccicosi che rappresenta probabilmente il vero punto di forza della band. Non c'è bisogno di virtuosismi: basta un riff azzeccato, un ritmo che non molla e una melodia capace di rimanere in testa anche quando il disco è già finito. I S.U.G.A.R. conoscono perfettamente il linguaggio che stanno utilizzando e non hanno alcuna intenzione di renderlo più presentabile. La registrazione conserva quella componente lo-fi che rende ogni colpo di batteria, ogni chitarra e ogni voce più vicini alla dimensione del club che a quella dello studio. È musica che sembra avere bisogno di corpi intorno, di birra rovesciata, di pavimenti appiccicosi e di amplificatori tirati oltre il buon senso. Non è un disco da ascoltare aspettandosi una produzione chirurgica; è un disco da mettere a volume alto e lasciare che faccia il suo lavoro. ‘Reaper’ e ‘Darkness’ ampliano leggermente il quadro, mentre ‘Nothing's Ever Changed’ e ‘Iron Claw’ tracciano un legame con l’omonimo debutto di cinque anni orsono.

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