Till Glömskan Ad Oblivionem
Besvärjelsen
Magnetic Eye Records
Pubblicato il 19/08/2026 da Lorenzo Becciani
Songs
1. The Greatest Sin
2. Accelerating Hearts
3. Battles
4. Counting Flies
5. Drifters on a Quiet Stream
6. The Mountain
7. Pulse
8. Interlude
9. Didn't Come to Party
10. Black Wave
11. Oblivion

Quello che mi chiedo, al cospetto di dischi del genere, è perché non ne escano di più. In un periodo storico in cui l’industria musicale ha perso buona parte del suo potere, oltre che seguire i trend più disparati o fare felici i social network si dovrebbe puntare su oggetti da collezione, dischi rari da trovare in circolazione, prodotti in grado di sollecitare curiosità. È questo il caso di ‘Till Glömskan Ad Oblivionem’ che, a partire dalla stupenda copertina a cura di Björn Olars, si rivela un album rock da avere a tutti i costi. Gli svedesi, lo sappiamo, sanno fare le cose per bene e potere vantare una cantante come Lea Amling Alazam, già ascoltata con Domkraft e Djefvul, non è cosa da poco. La sua voce trascina l’ascoltatore per tutta la durata di questo terzo album e lascia subito intendere come il termine “forest rock”, utilizzato in fase promozionale, non sia così vago. In ‘Till Glömskan Ad Oblivionem’, il quintetto – in cui troviamo pure gli ex-Dozer e Greenleaf Erik Bäckwall e Johan Rockner e Andreas Baier che ha militato con i Grand Cadaver di Mikael Stanne dal vivo - mantengono un profondo spirito punk, ma hanno ampliato il loro sound con una vasta gamma di sfumature sonore che spaziano dal blues allo stoner, dal metal al jazz e a tutto ciò che sta in mezzo, purché si adatti all'atmosfera del brano. Ed è proprio l’atmosfera a rappresentare il vero punto di forza di un full lenght che non ha alcuna intenzione di mettersi in fila per seguire le mode del momento. I Besvärjelsen costruiscono un mondo sonoro personale, umido e ombroso, nel quale le chitarre sembrano raccogliere l’eco di una foresta scandinava e trasformarla in qualcosa di profondamente umano. Non c’è bisogno di esasperare la distorsione o di ricorrere a chissà quale virtuosismo: ogni elemento viene utilizzato per alimentare una sensazione, per rendere tangibile quella strana miscela di malinconia, rabbia e inquietudine che attraversa l’intero lavoro. Lea Amling Alazam è naturalmente il centro di gravità. La sua interpretazione non è semplicemente potente: è capace di cambiare pelle, passando da una dimensione più morbida e avvolgente a momenti nei quali emerge una ruvidità quasi primitiva. È una voce che non sovrasta mai la musica, ma la attraversa, diventandone parte integrante. E quando il gruppo decide di spingere sull'acceleratore, il contrasto diventa ancora più efficace, perché alla fisicità delle chitarre si contrappone una vocalità che conserva sempre una componente narrativa, quasi rituale. E così ‘Till Glömskan Ad Oblivionem’ funziona soprattutto quando ci si abbandona al suo ritmo, senza pretendere di catalogarlo. Richiede ascolto, ma lo ripaga con una profondità crescente. La prima volta si percepisce il fascino; la seconda si cominciano a riconoscere le stratificazioni; dopo qualche ascolto emergono dettagli che sembravano nascosti dietro le chitarre e la voce. È esattamente il genere di album che rischia di sfuggire agli algoritmi perché non offre una sola definizione utile a venderlo. Non certo un album che pretende di conquistarti al primo ritornello ma che preferisce insinuarsi lentamente, come un sentiero che dalla civiltà conduce dentro un bosco. E una volta entrati, uscire non è poi così semplice. Da segnalare il mixaggio a cura di Karl Daniel Lidén (The Old Wind, Swarm Of The Sun) e la presenza di Fred Burman (Satan Takes A Holiday) in ‘Accelerating Hearts' e 'Didn't Come To Party' e Pelle Andersson (Lowrider) in ‘Black Wave’. 

Songs
1. The Greatest Sin
2. Accelerating Hearts
3. Battles
4. Counting Flies
5. Drifters on a Quiet Stream
6. The Mountain
7. Pulse
8. Interlude
9. Didn't Come to Party
10. Black Wave
11. Oblivion
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