
Il miglior disco punk dell’anno rischia di essere veramente questo. Giunti alla terza fatica in studio, Lily Hopkins e Lewis Copsey hanno saputo confezionare il perfetto mix tra punk rock stradaiolo, post-hardcore e noise con le tipiche “fight song” che si alternano ad aperture melodiche inattese. Nella scheda di presentazione del disco, l’etichetta fa riferimento a formazioni come Bob Vylan, Blood Red Shoes e Franz Carter & The Rattlesnakes ma la verità è che il duo dell’Essex se ne frega altamente dei paragoni e continua imperterrito a fare quello che sa fare meglio: spaccare tutto con due persone sole, senza bassista, senza rete di sicurezza e soprattutto senza pietà per i timpani di chi ascolta. Undici tracce, un attacco frontale che parte da ‘Dreamin', sessantatré secondi di puro terrore sonoro che ti sbatte in faccia il concetto senza tanti convenevoli: qui non si perde tempo a scaldare i motori, si parte già a duemila giri. Il concept, se così vogliamo chiamarlo, è racchiuso nella title track: il "business" è tutto, è il lavoro, è la guerra, è la politica, è la salute mentale che va a farsi benedire mentre ti dicono di essere "te stesso" purché il tuo io autentico rientri in un modulo prestampato con tanto di spunta e firma in fondo. Robetta leggera, insomma, giusto per cominciare bene la giornata. Lily Hopkins canta come se l'edificio stesse letteralmente bruciando e lei avesse deciso di morire cantando, mentre Lewis Copsey picchia sui tamburi come se gli dovessero dei soldi. Dan Weller ha compiuto un lavoro chirurgico in fase di produzione prendendo il sudore e gli sputi dei loro live set e li ha impacchettati senza smussare troppo gli angoli, risultato: un disco che suona sporco al punto giusto ma mai approssimativo. ‘God Complex’ si domanda chi siamo veramente mentre ‘Like Gravity’ abbandona per un attimo i pugni alzati e si guarda dentro, tra insicurezza e autosabotaggio, dimostrando che la vulnerabilità dei The Meffs fa male tanto quanto le loro cariche più dirette. E poi c'è la ciliegina sulla torta finale: una cover di ‘Breathe’ dei Prodigy nella quale, detto senza mezzi termini, è racchiuso più coraggio di quello di metà dei dischi punk usciti quest'anno messi insieme. In un panorama punk contemporaneo dove spesso l'etichetta "politico" fa rima con "prevedibile", gli inglesi riescono nell'impresa di essere furiosi senza essere didascalici, vulnerabili senza scivolare nel patetico, e soprattutto divertenti da ascoltare anche quando parlano di cose tutt'altro che divertenti.

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