
Immaginarsi le città non è la stessa cosa che viverle. Al giorno d’oggi però l’elemento umano è praticamente scomparso. Le città si sono trasformate in dormitori, le relazioni sociali si sono quasi totalmente annullate e l’arte stessa fatica a districarsi per originalità e messaggio nella farragine dei social. Prima ancora che musicista, Adriano Zanni è fotografo e le immagini che accompagnano l’uscita del disco – l’ebook che correda il promo è davvero un capolavoro - lasciano intendere una visione in chiaro scuro, pesante e opprimente, inevitabilmente riflessa nelle composizioni. Tra field recordings, influenze industriali e dub, retaggi del passato e sperimentazioni elettroacustiche, la scaletta avvolge l’ascoltatore, lo spinge a curiosare tra vecchie fotografie, documentari e libri di storia ma soprattutto lo attrae con sonorità che appartengono alla sua vita di tutti i giorni ma che, almeno in apparenza, sono meno familiari. Mi sono avvicinato a ‘Post Dub Cities’ con ‘Warosha’, il quartiere degli hotel di lusso, affacciati sul mare, nella città di Famagosta. Dopo che l’isola di Cipro è stata invasa dall’esercito turco, l’intera zona, svuotata degli abitanti in fuga verso sud, è stata recintata e circondata di filo spinato. È dal 1974 che nessuno ha più il permesso di entrarci. Il suo beat è essenziale, avvolgente, solenne e pare procedere lentamente tra edifici abbandonati, finestre murate e insegne rimaste a testimoniare un passato improvvisamente congelato. È un dub che non cerca il movimento, ma la sospensione, quasi volesse trasformare il tempo in materia sonora. E proprio il tempo è uno degli elementi centrali di un lavoro che non ha alcuna intenzione di intrattenere nel senso più convenzionale del termine. Zanni costruisce ambienti prima ancora che canzoni, utilizzando basse frequenze, rumori ambientali, riverberi e pulsazioni elettroniche come mattoni di una città immaginaria. ‘Post Dub Cities’ non si ascolta semplicemente: si attraversa. A tratti è claustrofobico (‘Pyramiden’), altrove sorprendentemente contemplativo (‘Crisopoli’), sempre comunque attraversato da una malinconia urbana che non ha bisogno di essere sottolineata. Anche quando le tracce sembrano perdersi in dilatazioni ambientali o procedere con una lentezza apparentemente ostinata, esiste sempre un dettaglio capace di riaccendere l’attenzione. Un rumore, una frequenza, un frammento vocale, un ritmo appena accennato che rende ‘Fordlândia’ e ‘Kadykchan’ imperdibili. L’elettronica diventa così una forma di archeologia, mentre il dub fornisce il battito necessario per impedire a queste città di trasformarsi definitivamente in musei di guerra o di disagio sociale.


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