
Quarto album per I Green Lung che continuano nel loro percorso intriso di riferimenti seventies in cui hard rock e progressive si fondono in un tutt’uno. Ponendo le basi su tali coordinate molto lineari, si capisce immediatamente che il revival è di casa da queste parti come dimostra, ad esempio, la bella “Necropolitan Line”, dove si fondono i Deep Purple con gli Yes dei bei tempi. Idem con patate, verrebbe da dire, per quanto concerne “Alostrael (Be My Babalon)”, in cui ci sono legami con i Jethro Tull più tosti a cui si mescola tutto l’amore che i cinque londinesi hanno per le roots più dure di quegli anni. È come se, in poche parole, facessimo un salto indietro di ben cinquanta anni, con un sound che pare non essere stato ingoiato dalla parola modernità. Si viaggia, pertanto, a contatto con la macchina del tempo e le canzoni, tra le altre cose, non hanno un approccio semplice per chi le ascolta, dal momento che hanno bisogno di più ripassate per poter essere assimilate. Molto “Deep Purple”, con quell’organo che fa pentole e coperchi, è anche “Evil In This House”, con la voce di Tom Templar che, però, si avvicina più a quella di Ozzy che del sig. Ian Gillan. Forse ci sono legami anche con gli Uriah Heep, però andare a prendere l’elenco delle influenze non renderebbe giustizie ad un platter di pura qualità. Il discorso della derivazione è chiaro da subito ed allora, fatto proprio questo aspetto, è molto interessante prendere le cose migliori all’interno delle singole composizioni. “Together In Death” si incanala verso sentieri oscuri e tenebrosi anche grazie a delle venature acustiche profonde che poi esplodono in schitarrate violente, mentre “Black Magic Radio” è un puro esercizio di stile tipicamente “sabbatiano” che non fa prigionieri. Dunque, disco derivativo, ma bello ed alla fine dei conti chi se ne frega di tutto il resto.

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