C?è stato un tempo in cui Anathema era il nome di un gruppo triste. Durante un periodo lungo almeno dieci anni, quei musicisti tanto giovani quanto disperati avevano accolto e portato con sé un nucleo di estimatori devoti e affezionati, come può esserlo solo chi esibisce senza vergogna il proprio dolore, condividendolo grazie all?inesauribile catalizzatore emotivo chiamato musica. Fino a un certo punto della sua carriera, la band di Liverpool era riuscita nell?impresa di crescere insieme alla propria audience, realizzando l?utopia di evolversi senza tradire concetti come coerenza e integrità, molto importanti per il pubblico ma piuttosto aleatori sotto il profilo strettamente artistico. Poi qualcosa si è rotto. Nel giro di un altro decennio, 'A Fine Day To Exit' ha realizzato gli intendimenti del suo profetico titolo, ed il baluginante raggio di sole filtrato ad inizio millennio è divenuto una stella infuocata che rischiara a giorno il panorama sentimentale dei fratelli Cavanagh. Magari gli Anathema di oggi non sono proprio un gruppo felice, ma la serena distensione dei loro ultimi due album è innegabile e forse, per la schiera di fans ancora tormentata dalla tristezza, addirittura inaccettabile. Il perverso meccanismo del file sharing ha fatto sì che 'Weather Systems' fosse già oggetto d?infinite discussioni ad oltre un mese dalla sua pubblicazione, ma se da un lato è comprensibile l?entusiasmo degli ammiratori recenti ed ancora bisognosi di suggestioni tanto intense, dall?altro lascia qualche perplessità l?ampia disapprovazione della vecchia guardia, che peraltro covava da tempo sotto le ceneri. Non perché sia sbagliato legarsi ad un periodo definito di una band irrequieta e sfuggente, ignorando le sue innumerevoli metamorfosi, quanto piuttosto per le critiche rivolte all'aspetto musicale, spesso poco pertinenti o tecnicamente pretestuose, che forse mascherano la semplice delusione per il radicale cambiamento d?attitudine. Insomma, un po? come cercare ogni possibile difetto fisico in un?ex fidanzata moralmente discutibile. In realtà, l'incessante trasfigurazione sonora che Daniel e Vincent Cavanagh hanno sempre imposto alla loro creatura, ci racconta la storia di due artisti capaci d'ascoltare solo la voce del cuore, indifferenti alle congetture delle altrui menti e protagonisti di una lunga ricerca sul sentiero tracciato da Pink Floyd, Radiohead, Sigur Rós e Porcupine Tree. Partendo da questi presupposti, 'Weather Systems' è il primo album degli Anathema in cui qualsiasi influenza è stata assimilata e reinterpretata fino a diventare del tutto irriconoscibile, ridefinendo il sound del gruppo attorno alla creatività libera da schemi mentali e vincoli di genere del produttore norvegese Christer-André Cederberg (In The Woods). Termini ormai convenzionali e stilisticamente nebulosi come progressive rock, gothic metal, shoegaze vengono svuotati del loro significato da composizioni simili nella struttura ma uniche per trasporto emotivo, che introducono dolci note di pianoforte o sognanti arpeggi acustici per poi esaltarsi negli appassionanti crescendo degli intrecci canori di Vinnie e Lee Douglas, mentre l'elettricità esplode in milioni di scintille che illuminano le magistrali orchestrazioni d'archi e le avvolgenti propulsioni ritmiche. Rispetto al disco precedente, si apprezza una rilevante semplificazione degli arrangiamenti che non fa rimpiangere la mancanza di Steven Wilson, riflettendosi su sonorità più arrotondate che sembrano rielaborare 'Judgment' in chiave moderna e lasciano totale libertà alle struggenti evoluzioni delle due voci, assolute dominatrici di ogni architettura melodica e bilanciate da un ruolo femminile finalmente decisivo. In mezzo agli otto brani firmati da Danny, sostanzialmente fedeli a queste caratteristiche, spicca l'atipica piacevolezza di 'The Storm Before The Calm', unico contributo del batterista John Douglas ed autentica medaglia dalle facce opposte, divisa tra la sintetica freddezza della prima parte ed un imprevedibile sviluppo melodrammatico che vibra come un nervo scoperto. Una sottile malinconia che, dopo tante concessioni all'ottimismo, torna a serpeggiare nelle liriche dell'intero album, sebbene non vi sia traccia di ricaduta nell'antica sfiducia verso l'umana esistenza, quanto piuttosto un approccio concettuale ispirato da una felicità consapevolmente effimera. Forse si potrebbe esaminare ulteriormente un disco che rappresenta un'esperienza sensoriale estranea a qualsiasi parametro predefinito, ma si tratterebbe di un arido esercizio dialettico volto all'improbabile razionalizzazione del sentimento, un tentativo fallito in partenza di banalizzare la purezza delle emozioni. E in tutta sincerità non si può immaginare un trattamento più ingrato per degli artisti che hanno fatto della sensibilità il motore d'ogni loro azione. C'è stato un tempo in cui Anathema era il nome di una grande band. Quel tempo è oggi.