
E' facile innamorarsi della cantautrice che esordì agli inizi dei nineties con 'Dry' e, per chi come me l'ha vista ai tempi dei tour di 'To Bring You My Love' e 'Is This Desire', è assolutamente impossibile dimenticarsela. Negli anni qualcuno l'ha persa di vista, altri hanno ritenuto le collaborazioni con John Parish un po' boriose, altri ancora hanno segnalato una calo di ispirazione in corrispondenza di 'White Chalk'. Per il sottoscritto resta difficile individuare una discografia di tale spessore in circolazione e 'The Hope Sixe Demolition Project' non è altro che la lecita evoluzione del discorso intrapreso con 'Let England Shake', con qualche ruga di più comparsa in questi cinque anni e un piglio politico accentuato. L'album è stato realizzato in sessioni di registrazione aperte al pubblico per cinque settimane. Un'installazione in cui PJ Harvey era protagonista, insieme a John Parish e Flood, dietro ad una vetrina della Somerset House di Londra. Le liriche fanno riferimento ai viaggi compiuti tra Kosovo, Afghanistan e Washington con il fotografo e regista Seamus Murphy, al libro di poesie 'Follow The Hand' e, nello specifico, al progetto “Hope VI” che ha visto interi quartieri subire continue demolizioni e ricostruzioni delle case popolari. Oltre alle conosciute 'The Community Of Hope' e 'The Wheel' ci imbattiamo nella delicata melodia di ' A Line In The Sand', nell'indolente dark di 'Chain Of Keys' e nella portentosa 'The Ministry Of Defence', che richiama alla mente Alice Coltrane. Un'escursione sonora da brividi che arricchirà culturalmente i vecchi fans così come le nuove generazioni che si avvicinano ad un'artista trasversale e eterna. L'emozione di rivederla all'Iceland Airwaves di quest'anno non ha eguali.


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