Cricket's Lullaby
Italia
Pubblicato il 28/02/2022 da Lorenzo Becciani

Come siete riusciti ad omaggiare il passato senza risultare retrogradi?
(Stefano Magnaschi) Abbiamo cominciato ad ascoltare musica a quattordici anni e non ci siamo mai fermati. In tutto questo tempo abbiamo accumulato tante influenze, stratificazioni, esperienze e queste in maniera più o meno consapevole emergono. Il fatto che tu le abbia sentite ma che allo stesso tempo sottolinei come il progetto sia attuale è un gran complimento. Nell’omaggiare il passato è facile essere pedissequi e stantii ed il fatto che consideri i riferimenti attualizzati è motivo d’orgoglio per noi. 
(Giacomo Aloigi) Il nostro essere appassionati di musica a livelli maniacali ha fatto sì che il nostro percorso non si fermasse a quegli anni. Altrimenti sarebbe solo nostalgia. Al contrario il percorso è proseguito, anche se ovviamente abbiamo le nostre preferenze, e abbiamo continuato ad ascoltare musica e recepire quello che c’è intorno a noi. L’obiettivo è essere contemporanei nel passato. 

Com’è nato Cricket’s Lullaby?
(Giacomo Aloigi) Doveva essere il nome di un pezzo, l’ultimo in scaletta dove canta mia figlia, ma poi abbiamo deciso di usarlo per l’intero progetto. Il disco è stato curato in tutta calma, analizzando i singoli fruscii e riverberi. Non c’erano le folle ad aspettarci e quindi ci siamo mossi in totale libertà.
(Stefano Magnaschi) Per il disco abbiamo usato alcuni pezzi abbastanza datati che avevamo nel cassetto ed altri nuovi, provati insieme nella mia cantina o in studio di registrazione. L’operazione di assemblaggio è stata complessa perché ogni pezzo, fatta esclusione degli ultimi due, è collegato l’uno con l’altro. Sotto traccia c’è un filo conduttore chiarissimo, è la vita dal suo sorgere alla fine. In mezzo c’è il percorso che ognuno di noi compie, tra incidenti, eventi personali, drammi singolari o collettivi. Per esempio parliamo di guerra (‘Blind’) ma anche della morte di un nostro caro amico, il cantante di una band fiorentina degli anni ‘80, che ci ha colpito molto. Abbiamo cercato di scolpire e cristallizzare questi episodi. C’è alfa e omega e tenere insieme tutta questa struttura dal punto di vista musicale non è stato semplice. Ci abbiamo messo tempo e l’emergenza sanitaria ci ha fatto perdere mesi preziosi, altrimenti il disco sarebbe uscito 6-7 mesi prima. In ogni caso non avevamo fretta perché non ci interessavano le reazioni della gente ma solo fare quello che ci piaceva. Se poi le persone apprezzeranno l’album vorrà dire che abbiamo toccato nel segno. 
 
Il disco ha avuto circa tre anni di lavorazioni e, visto che avete sottolineato la presenza di un filo conduttore specifico, dobbiamo attenderci un secondo lavoro collegato a questo o totalmente differente?  
(Giacomo Aloigi) Al momento siamo concentrati sulla promozione di ‘As Long As We Have Yesterday’ quindi non ci abbiamo pensato, ma credo che non avrebbe senso replicare qualcosa che è stata già fatta. Di sicuro sarà qualcosa che come ascoltatori vorremmo sentire. Ne approfitto per annunciare che il 15 maggio saremo al bellissimo Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino per presentare il disco.  

Prima dei Cricket’s Lullaby quali esperienze musicali avete avuto?  
(Giacomo Aloigi) La mia prima band risale al ‘85, quando avevo sedici anni, ed eravamo inseriti nell’universo new wave e dark, un po’ come tutti all’epoca. Poi ho militato in altre band fino all’inizio degli anni ‘90 quando sono nati i Magic Candle Corporation, con cui abbiamo vinto il Rock Contest di Controradio nel ‘95. In quel caso eravamo più orientati verso coordinate grunge e alternative, abbiamo registrato un disco che non è mai uscito e poi nel 2007 abbiamo finalmente pubblicato un disco, ‘The Happiest Day In Our Life’, ed in seguito ci siamo impegnati nell’allestimento di spettacoli di teatro-canzone con testi originali, tra cui uno dedicato a Luigi Tenco. 
(Stefano Magnaschi) Anche io ho iniziato nei primi anni ‘80, quattro-cinque anni prima perché sono gli anni che ci separano. Ho fatto parte di band abbastanza oscure del panorama fiorentino come gli Straal, con cui mi sono esibito nei locali minori della provincia. Poi ho avuto l’opportunità di fare un salto di qualità quando Nicola Vannini, uscito dai Diaframma dopo il primo EP, mi ha chiamato per creare una band che lasciasse indietro quel linguaggio sonoro oscuro e sposasse un linguaggio più psichedelico, con influenze barrettiane ma ritmiche pur sempre anni ‘80. Con i Soul Hunter ho potuto esibirmi in templi sacri come il Manila o il Tenax e ho suonato sull’EP ‘Maelstrom’, edito nel ‘86 da Contempo Records. Mi sono divertito molto, poi le strade si sono separate perché Vannini ha voluto operare una svolta vagamente zappiana e non mi sono sentito di continuare. Per tanti anni ho smesso di suonare e non ho fatto altro che ascoltare musica dalla mattina alla sera. 
 
Sara Modesti invece in che momento è entrata? 
(Giacomo Aloigi) Sara è più giovane di noi, la conosco da 6-7 anni e non sapevo nemmeno che cantasse. All’inizio pensavamo alla voce di un uomo e volevamo contattare anche dei cantanti all’estero, però non arrivavamo mai ad una quadratura. Quando Sara mi ha detto che cantava e mi ha girato una demo acustica registrata col suo compagno, sono rimasto colpito dalla sua voce. L’ho fatta sentire a Stefano e l’abbiamo invitata in sala prove. Ha cantato ‘As We Are’ e abbiamo capito subito che era quello che cercavamo. Il suo è stato un contributo importante, al di là delle aspettative. É entrata dopo un anno abbondante che lavoravamo ai pezzi. Il grosso del lavoro era fatto. 

State promuovendo il disco puntando su ‘As We Are’, che è caratterizzata da una melodia portante e un profilo più radiofonico rispetto agli altri brani. Immagino che sia difficile estrapolare un solo brano da un disco del genere.  
(Stefano Magnaschi) Per me infatti non c’è un pezzo chiave. È tutto collegato. Abbiamo scelto ‘As We Are’ anche per la sua durata.  
(Giacomo Aloigi) In scaletta c’è un pezzo come ‘The Great Deceit’, che ha avuto una gestazione complessa e si basa su un drone sul quale si innestano voci, suoni e feedback. É molto potente sia musicalmente che dal punto di vista lirico e quando lo abbiamo terminato ho capito che avevamo fatto qualcosa di importante.  
 
Il disco è stato registrato al Koan Studio. Quali obiettivi vi eravate posti in termini di produzione?  
(Giacomo Aloigi) Siamo entrati in studio con una consapevolezza e ne siamo usciti con un’altra. Dall’inizio del progetto siamo cresciuti molto e alcune cose sono cambiate. Abbiamo operato una scelta coraggiosa escludendo le percussioni e lavorato su una tensione continua che si modula tra suoni elettronici molto gravi, con tantissimi bassi tanto che per la realizzazione del vinile abbiamo dovuto tenere conto della durata perché i solchi altrimenti non avrebbero retto, e passaggi aperti e solari. Per esempio ‘Leit atar panuy mi-nèya’ è un brano dal respiro tibetano. Nel complesso il suono dei Cricket’s Lullaby è una combinazione omogenea tra acustica ed elettronica, al di là delle influenze che le persone possono riconoscerci. 
 
Cosa significa produrre un vinile al giorno d’oggi? 
(Stefano Magnaschi) Si tratta dell’espletamento del nostro feticismo. È chiaro che siamo legati a quello che tenevamo nelle mani da adolescenti. Gli LP in cui le copertine richiamavano il contenuto del disco e non erano immagini casuali tanto per colpire l’attenzione del primo passante, come avviene adesso. Amiamo le copertine gatefold, i testi scritti dentro, e abbiamo deciso di allegare il disco in formato CD per facilitare la fruizione ed allo stesso tempo dare la possibilità a chi acquista l’opera di avere in mano un oggetto appagante, che colpisce l’occhio e l’anima. 
(Giacomo Aloigi) Ci tengo a sottolineare che la parte musicale non è scissa da quella estetica. Il progetto comprende tutto. In futuro ci piacerebbe avere degli sfoghi multidisciplinari. Mi piacerebbe scrivere colonne sonore per il teatro o per il cinema. Non a caso sono un grande fan dei Popul Vuh, che hanno prestato delle musiche bellissime ai film di Werner Herzog. 

Come giudicate la scena fiorentina attuale?
(Giacomo Aloigi) Mi piace dire che abbiamo un grande futuro alle spalle. Negli anni ‘90 il rock italiano ha avuto il periodo più florido e Firenze si è purtroppo spenta dopo la fiammata enorme degli anni ‘80, che ha contribuito a lanciare tante band a livello nazionale. La situazione dei locali è brutta e manca la possibilità di dare spazio a chi propone musica originale. Negli anni ‘80 era tutto diverso. Ricordo che vidi gli Straal di Stefano al Manila, il giorno prima che si esibisse Nick Cave,  e c’era un sacco di gente. Ai tempi c’era grande interesse per le band sconosciute. 
 
Come pensate di promuovere il disco dal vivo?
(Stefano Magnaschi) Sarà difficile farlo con tre membri e basta perché ci sono troppe stratificazioni. Dovremo cercare aiuti esterni e ci stiamo già muovendo in tal senso.
(Giacomo Aloigi) Stiamo pensando a due set diversi, a seconda del contesto, ovvero uno che riproduca fedelmente il disco e un altro acustico più essenziale.
 


  

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