The Haunted
Svezia
Pubblicato il 27/05/2025 da Lorenzo Becciani

Otto anni da ‘Strenght In Numbers’ è un lasso di tempo importante. Perché avete impiegato così tanto a tornare in studio? É stato un processo complicato? 
Non abbiamo mai preso una pausa. Ola ha scritto un sacco di materiale in questi anni ma Jonas è stato preso con gli At The Gates. Siamo sempre stati una band che aveva bisogno di provare insieme. Questo fin da quando è nato il cosiddetto Göteborg sound! Dal 2012 abbiamo cambiato line-up e adesso viviamo tutti in città diverse. Anche in nazioni diverse visto che Adrian si è trasferito a Londra nel ‘99, all’epoca del passaggio ai Cradle Of Filth. Questo chiaramente comporta dei rallentamenti. Volevamo che il nuovo lavoro in studio suonasse come i primi The Haunted. Io e Adrian ci siamo presi sei giorni in studio per registrare le basi dei pezzi, poi sono tornato a casa ma mi sono ammalato. Nel frattempo ho lavorato in un’azienda che realizza plugin per chitarristi e, una volta pronto il disco, c’è stata anche la necessità di trovare uno studio che rispondesse alle nostre esigenze. Ho pensato che quello che avevo usato in passato per i The Halo Effect sarebbe andato bene e così è stato.

Per quanto concerne il processo creativo, vi girate parti di canzoni avanti e indietro oppure lavorate di più nella stessa stanza?
Come ti dicevo, ci piacerebbe stare tutti in sala prove ma non è possibile. Ola scrive pezzi più o meno completi e poi ce li fa ascoltare. Io e Jonas cerchiamo di vederci e preferisco scrivere in quei momenti. Poi ogni membro suggerisce cambiamenti, crea qualche riff in più oppure modifica il chorus dei pezzi. Abbiamo sempre cercato di mixare le nostre influenze e quindi puoi trovare thrash, death, melodie e parti heavy. Come arrangiamo i pezzi ha grande importanza per il risultato finale.  

Cosa volevate migliorare o cambiare dopo ‘Songs Of Last Resort’?
I pezzi suonano più live, più scritti insieme e meno al computer. Volevamo che il disco trasmettesse più emozioni e che i pezzi fossero meno elaborati e legati ai riff.

Qual è la traccia chiave? Magari quella che rappresenta al meglio il sound dei The Haunted nel 2025?
Per me personalmente è ‘Warhead’. Adoro il riff principale. Quando mi è venuta l’idea ho chiesto al mio capo di lavorarci tutto il pomeriggio. Mi sono chiuso in studio e ho completato il pezzo con il plugin che avevamo creato assieme al mio team. Da marzo a settembre dell’anno scorso ho completato undici pezzi, molti dei quali sono sull’album.

Qual è stato il momento più eccitante durante le sessioni di registrazione?
Sapevamo che i pezzi erano buoni prima di entrare in studio. Altrimenti avremmo aspettato a registrarli. Li avevamo ascoltati solo con batterie al computer, senza assoli o parti vocali. Quando sono venuti fuori i primi mix siamo rimasti sorpresi noi stessi del risultato. Lavorare con Oscar Nilsson, essendo un batterista ha saputo tirare fuori il massimo da Adrian, Björn Strid, che ha registrato e prodotto le voci, e poi infine con Jens Bogren ha reso il nostro sound feroce e pericoloso. 

Prova adesso a recensire ‘In Fire Reborn’ e ‘Death To The Crown’ per i nostri lettori..  
Quando ho scritto i riff di ‘In Fire Reborn’, ho detto a Jonas che volevo un chorus melodico per il pezzo. Era d’accordo ma ci ha messo troppo tempo a comporlo. Così l’ho fatto io stesso. Sapevo che non sarebbe stato alla sua altezza ma l’ho fatto comunque ascoltare agli altri. Dopo tre giorni, Jonas se n’è venuto fuori con il chorus che puoi ascoltare sull’album. Io suono la prima parte del solo. ‘Death To The Crown’ è un pezzo di Ola. Ha scritto sia la musica che il testo. É un pezzo tipicamente The Haunted. Ti arriva in faccia come un pugno!

A cosa si riferiscono i testi? 
Mi sono imbattuto in una pagina di Wikipedia che parlava di "Lettere di ultima istanza". Le opzioni elencate mi hanno fatto riflettere sulle conseguenze di una possibile terza guerra mondiale. Dato che in Europa è in corso un conflitto, il tema della guerra è a portata di mano, ma il mio primo istinto è stato quello di scrivere in modo antibellico. ‘Warhead’, ad esempio, parla di politici, nazionalisti, dirigenti industriali e simili che traggono beneficio dalla guerra senza rischiare nulla per sé. Quindi l'album ha un tema lirico generale antibellico, ma non è un concept album.

Ha ancora senso parlare di “swedish sound” nel 2025?
Ce ne sono due distinti. Lo “swedish chainsaw” di Stoccolma, campionato da band come Entombed e Dismember e poi il “Göteborg sound”, che hanno “inventato” At The Gates e In Flames. Per certi versi ha ancora senso parlare. Credo sia importante capire come sono nati certi stili. Adesso i pioneri del  Göteborg sound sono quasi tutti impegnati a suonare musica differente, ma è in corso un grande revival dello “Stockholm sound” con band come i Lik a tracciare la strada.

Quali sono i gruppi estremi svedesi più interessanti a tuo parere?
Non ho idea. Passo troppo tempo a creare guitar plugin e non ascolto musica nuova. Quando accompagno il cane fuori preferisco il silenzio. Ascolto qualche podcast quando il mio cervello ha bisogno di stimoli. Penso che sia importante annoiarsi per il processo creativo. Un bombardamento costante di dopamina da intrattenimento non dà al cervello la possibilità di elaborare idee proprie.  

Avete una lunga carriera di tour e festival. C’è una band che ti ha veramente sconvolto dal vivo?
Ricordo i Bathory ai tempi di ‘The Return..’. Erano ancora nuovi e rimasi davvero colpito. Ho incontrato anche Quorton all’epoca di ‘Under The Sign’. 

Hai dei veri amici nel music business? Sei rimasto deluso da qualcuno?
C’è sempre stata competizione nell’ambiente, soprattutto agli inizi di carriera. Alcune band per cui gli Haunted hanno aperto si sono sentite sempre più minacciate da noi durante un tour, quindi hanno cercato di fare tutto il possibile per farci perdere l'equilibrio, ma abbiamo comunque mantenuto solidità. La gelosia tra le band, se ce n'era, è però scomparsa nel corso degli anni. Ora tutte le band che sono ancora in attività da allora sono felici di incontrarsi ai festival. Ogni festival è una specie di riunione scolastica, in un certo senso.  

(parole di Patrick Jensen)
 

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