Anathema
UK
Pubblicato il 05/04/2012 da Lorenzo Becciani
Sono tanti anni che faccio questo mestiere e almeno una decina che intervisto tre-quattro artisti di vario genere alla settimana. Tra telefoniche, face to face e mailer ci si imbatte in ogni tipo di persona. Dal musicista infervorato a quello che risponde a monosillabi, dal gruppo che fa di tutto per essere odiato ad un altro che spergiura sull'onestà della propria proposta. Uno spettro di riferimento singolare dal quale traspare una sola certezza. In pochi riescono veramente a trasmetterti a parole la profondità della loro arte. Nello specifico Vincent Cavanagh ha saputo donare alle mie domande quel fascino inconfutabile che 'Weather Systems' possiede tra le sue decadenti sfumature. Dalle sue labbra esce solo poesia. Quella vera. 
 
Cosa intendete quando affermate che la musica è infinita? 
L'accezione è puramente metaforica. Con il tempo abbiamo imparato a connetterci con noi stessi e spalancare porte che prima rimanevano dischiuse. Questo senso di scoperta continua, di un'esistenza intesa anche a livello personale come qualcosa di progressivo, si traduce in canzoni figlie dell'istinto e di un'evoluzione costante. Internet ha cambiato il mondo e noi siamo cambiati come band. Non è così strano e non smettermo di farlo finchè il fisico ci assisterà. 'We're Here Because We're Here' è stato il primo disco di cui siamo stati soddisfatti al cento per cento e anche se qualche traccia ha mostrato meno potenziale di altro per noi è comunque servita a completarci. Comporre musica è una forma di apprendimento e adesso con 'Weather Systems' abbiamo fissato un'altro punto fermo.   
 
Avete mai provato paura nell'esplorare il futuro e gli infiniti angoli delle strutture musicali?
Non avrebbe senso avere timore di muoversi verso l'ignoto. Se non provi sei un musicista superficiale. Per noi il futuro è una guida per seguire le nostre intuizioni. Fissa le regole di comportamento indipendentemente dal fatto che una canzone nasca dalle note di un piano o da un arpeggio di chitarra acustica. Il nostro mestiere è quello di catturare la sua essenza e completare una fotografia che fino all'ultimo istante resta fissata nella mente. La strumentazione che viene utilizzata per farlo ha poca importanza.
 
Come avete conosciuto  Christer-André Cederberg e cosa vi ha spinto a sceglierlo come produttore del nuovo album?
E' successo attraverso Petter Carlsen con il quale aveva collaborato per 'Clocks Don't Count'. Quel disco ha colpito profondamente me e Danny e ci siamo presentati per complimentarci con lui. Tutto è venuto di conseguenza e il team che si è venuto a creare con l'aggiunta del nostro batterista John si è rivelato vincente fin dal primo istante. Credo che 'We're Here Because We're Here' sia un eccellente album ma paghi inevitabilmente il fatto che sia stato registrato in più anni e mixato in sessioni diverse. In questo caso invece Christer è stato al nostro fianco per tutta la durata delle sessioni. A Liverpool abbiamo diviso un appartamento e quindi si è creato subito un bel feeling. Quando ci siamo recati agli Aerial Studios in Galles non ci siamo lasciati distrarre da niente e in pratica abbiamo lavorato per venti ore al giorno. L'ultima parte del processo stata effettuata da Danny ad Oslo. 
 
Quali sono le differenze sostanziali in termini di mixaggio tra 'We're Here Because We're Here' e 'Weather Systems'?
Il disco precedente era stato registrato utilizzando un numero spropositato di microfoni e questo aveva comportato più scelte a livello di mixaggio e numerose difficoltà tanto che dopo una prima scrematura ci eravamo messi nelle mani di Steven Wilson. Il processo di 'Weather Systems' si è svolto in maniera molto più naturale e organica. 
 
E' corretto affermare che in questo modo vi siete anche voluti distinguere da buona parte delle release targate Kscope che portano il “marchio” del leader dei Porcupine Tree? 
Comprendo le tue perplessità ma credo che la Kscope sia la label migliore del momento proprio perché ognuna delle sue band possiede un'identità precisa. E' davvero rara trovare nel mercato attuale delle persone che si intendono di musica e cercando di seguire un piano preciso quando scelgono i gruppi da mettere sotto contratto.  In questo senso ritengo che 'War Of The Roses' degli Ulver sia stata una delle uscite dell'anno che si è da poco concluso. 
 
E' stato difficile tornare in studio a breve distanza dalle lavorazioni di 'Falling Deeper'?
Al contrario è stato più semplice perché al momento in cui abbiamo fissato le sale non era ancora svanita l'eccitazione per avere portato a termine un progetto tanto ambizioso. In pratica abbiamo pubblicato tre dischi in un anno e mezzo. Penso sia un record e sono orgoglioso di come stiamo procedendo. Sono convinto che abbiamo finalmente compreso quello che è il nostro potenziale. 
 
Avete concepito 'Untouchable' come una solida unità oppure avete aggiunto più parti insieme?
Danny è abituato a registrare numerose versioni della stessa canzone. Di solito parte dal piano ma nel caso di 'Untouchable' ha dovuto concentrarsi sull'arpeggio per trovare un'identità precisa di quello che aveva in mente. Così sono nate due anime distinte, se vogliamo complementari e ugualmente forti della stessa traccia. Completarle con l'aggiunto delle diverse stratificazioni vocali e del resto della strumentazione è stata una vera esperienza climatica e questo ci ha spinto ad inserirle all'inizio dell'album quasi come un'overture sinfonica. 
 
Come anteprima dell'album avete scelto anche 'The Beginning At The End'..
E' stata la nostra prima opzione per diversi motivi. Intanto il messaggio del brano è quello di un processo che  devi sentire vivo nel tuo cuore dall'inizio alla fine. Un pò come un disco che non finisce di intrigarti dalla prima all'ultima traccia. Poi di solito non viene scelta mai la settima canzone come singolo promozionale. Di solito in scaletta vengono sempre fatti scalare nelle prime posizioni e questo rendeva più anonima e insospettabile la scelta. Infine ritenevamo che il crescendo psichedelico, oserei definire spaziale, potesse attrarre qualche curioso in più.
 
Lee Douglas ha trovato maggiore spazio in questo album. E' stata una decisione pianificata? 
E' successo solamente perché è stata più coinvolta con la band rispetto al passato. Restando in studio con noi per due settimane ha avuto più tempo per esprimere sè stessa. Alla fine sono le canzoni che hanno deciso che volevano la sua voce. In 'Sunlight' ha svolto un lavoro magnifico. 
 
Possiamo dire che 'Weather Systems' è la perfetta risposta a 'Judgement' e che non avreste mai potuto scrivere un album del genere se non aveste prima pubblicato 'We're Here Because We're Here'?
Sono felice che dici questo perché significa che hai compreso il motivo per cui abbiamo preso certe scelte. Come dicevo in precedenza stiamo imparando a conoscerci meglio e non abbiamo timore di prenderci dei rischi. Questo comporta una libertà assoluta in fase di composizione che a tratti ci riconduce esattamente da dove eravamo partiti negli anni addietro. Ci siamo reinventati e siamo fieri di dove siamo adesso. Ci piacerebbe solamente essere più ricchi. 
 
Danny ha dichiarato che 'Weather Systems' è un album di polarità. Vi piace giocare con gli opposti?
E' inevitabile farlo perché esistono e non puoi negarlo a te stesso. La nostra vita è intensa e piena di impegni ma non ci dimentichiamo quelli che sono i nostri obiettivi e cerchiamo di andare sempre più in profondità. Le cose facili sono poche e 'The Lost Child' credo che sia un chiaro esempio. Il suo songwriting con il passare degli anni si è fatto sempre più subconscio e istintivo. Le sue liriche sono nude e poetiche. 
 
E' un pezzo totalmente autobiografico?
E' il riflesso di un sogno, di uno scenario immaginario che si è manifestato nella psiche di Danny. La canzone ha un messaggio positivo anche se la sua natura è profondamente malinconica e psicoanalitica. Eravamo in tour in Germania e una sera non riusciva a dormire. Si è rivolto a me perchè aveva bisogno di aiuto e siamo stati a parlare per ore. Alla fine è nato uno dei testi più intensi che mio fratello sia mai riuscito a scrivere e da quella sera ho capito contro quante cose abbia dovuto combattere nella sua vita. Siamo abituati ad inserire il brano più epico come penultima traccia come accaduto per 'Universal' con 'We're Here Because We're Here'. 
 
Di cosa parla invece 'The Gathering Of The Clouds'?
E' senza dubbio il pezzo più legato al disco precedente ma non credo sia interessante analizzare il testo. In fondo non c'è niente di criptico. E' piuttosto chiaro. Ci sarà chi lo leggerà come qualcosa di molto triste e chi invece cercherà di sottolineare il lato euforico e solare che appare all'orizzonte. Con 'Lightning Song' e 'Sunlight' potrebbe avvenire il procedimento inverso ed è proprio questa incapacità di avere il controllo che ci ha convinto di essere nella direzione giusta. 
 
(parole di Vincent Cavanagh)
 
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